Parole di Un Luigi qualunque + altri amici: loSchiacciasassi; Lettera22; SymonaP.

domenica 18 marzo 2012

Non è solo un mercoledì

di SymonaP.


E allora apri un giornale, un quotidiano qualsiasi e nella migliore delle ipotesi le prime notizie che ti capitano sotto mano sono quelle di cronaca: caso Concordia, caso Parolisi, caso Scazzi.
Se sei un po’ più fortunato, invece, ti capitano quelle di politica interna, come quella che ti dice che un certo Lusi, tesoriere di quel partito ormai di cui nessuno conosce più il volto – semmai un volto lo abbia avuto – ha rubato dalle casse dello stesso partito di cui era tesserato. Ma a chi ha davvero rubato? Alla ex Margherita, ai suoi colleghi, allo stato? Non sarebbe forse più corretto dire e urlare che quel signor Lusi ha rubato dalle tasche di chi in quel partito ci credeva e credeva nei suoi esponenti? E si fa a scarica barile…e del resto come siamo bravi a farlo in Italia. Lusi accusa Rutelli, Rutelli lo accusa a sua volta, e tutti accusano il sistema italiano…ma quale sistema? Quello del mangia mangia? Sì, proprio quello…
E allora mi decido a girare pagina, pensando che di quel sistema io ne ho troppe piene le tasche, le stesse in cui ho sentito infilarci una mano e prendere dei soldi.
Ma mi imbatto nelle tangenti che si sono “spartite” il Pdl e la Lega Nord in quel della Lombardia…e anche qui questione di soldi, questione di scarica barile, questione di corruzione. Questione di uno sporco sistema…
Volto di nuovo pagina.
Con molta cautela, prendo l’estremità della pagina destra del giornale che sto leggendo. Fra il pollice e l’indice afferro quell’angoletto di carta e giro la pagina… Articolo 18!
E ora mi ritrovo a leggere articoli sulla tutela dei lavoratori,sull’importanza dell’articolo nominato e sulla possibilità o meno di modificarlo, o snaturalizzarlo. Ma cosa si dovrebbe modificare? Cosa si vorrebbe eliminare? A me sembra che si voglia eliminare innanzitutto ciò che esso rappresenti. E se quell’articolo rappresenta la parola “tutela”, allora è proprio quest’ultima che si vuol far venir meno. Quella dei lavoratori, degli operai, quella di chi in questa Italia ci mette le braccia, la fatica, il sudore. E l’unica cosa che fa ricordare alla massa che esiste ancora la tutela del lavoratore che lotta per una vita migliore sembra essere una canzonetta sanremese dal titolo “Non è l’inferno”.  E leggo la disputa tra governo, confindustria, sindacati, partiti, e capisco che si sta parlando di una cosa su cui non c’è proprio nulla di cui discutere.
Capisco che si parla di modificare/eliminare un articolo che tutela il lavoratore, quando mi pare di capire che, in realtà, la classe dei lavoratori stia inesorabilmente scomparendo. E sembra che me ne accorga solo io…e allora che si fa? Si volta pagina ancora…conscia del fatto che ne girerò ancora moltissime prima di arrivare a capire che non posso solo voltare una pagina.
Mi imbatto in altre notizie – news fa più cosmopolita, ma io voglio essere italiana prima di tutto. Quelle economiche. Ecco allora che incrocio parole come “crisi finanziaria”, “Piazza Affari in ribasso/rialzo” (anche se il rialzo sembra sempre una chimera), ecco che mi perdo nelle altalene dello “spread” – e non spiegherò cosa sia, perché sembra che non si parli d’altro, ormai.
E continuo a perdermi nelle altalene – quelle decisamente al rialzo – del prezzo della benzina. Aumenti che giustificano la celebre frase “oro nero” per indicare appunto il petrolio. Aumenti che spingono tutti a pensare che la bicicletta sia il miglior mezzo di locomozione, ma come si fa quando si lavora troppo distanti dalla propria abitazione – per chi un lavoro ce l’ha? Quando si deve correre da una parte all’altra della città, per prendere i bimbi a scuola, per rientrare a lavoro, per ritirarsi a casa? E come si fa quando fa freddo, c’è la neve, la pioggia, il vento? L’auto sembra essere la soluzione a tutto. Ma si potrebbe optare per un’auto a metano? A gas? O, volendo proprio esagerare, per una macchina elettrica? Sì, si potrebbe, se tanti gruppi di interessi – da tutte le parti –  evitassero di fare così tanto i propri interessi…Sarà un caso che un sinonimo sia  “gruppi di pressione”? Quanta pressione, in effetti! E con tutta questa pressione come posso continuare a leggere le notizie di economia?! Non ce la faccio e passo oltre…
Pagina: “dal mondo”. Deliziamoci.
La questione dei marò in India e la morte di un ingegnere italiano in Africa, con conseguente dispute diplomatiche fra Roma-Nuova Delhi e Roma- Londra.  Scopro con tanta amarezza che questo paese continua a contare poco a livello internazionale, scopro che siamo alla mercé di qualsiasi altro stato e scopro che malauguratamente i nostri politici, i diplomatici, il governo, sembrano non capire che ciò di cui si parla sui giornali, le dispute con India e Gran Bretagna, non sono partite di calcio, ma vere e proprie operazioni diplomatiche e militari che non riusciamo a portare avanti e a concludere in maniera positiva per il nostro paese, per il nostro popolo.
Mi accorgo che una partita di calcio ha più importanza, e che se ci rendessimo conto che la diplomazia è una cosa seria e non l’ultima manche di Risiko, forse, riusciremmo anche a rispondere alla massima di Wiston Churchill, il quale sosteneva: gli italiani perdono le guerre come fossero partite di calcio e le paratite di calcio come fossero guerre, spiegando che magari le cose da allora sono cambiate. Ma, sono cambiate? Stando ai fatti sembrerebbe proprio di no…
Faccio due calcoli e se l’attualità è stata trattata, la politica pure,  l’economia non ne parliamo, la pagina degli esteri altrettanto, allora cosa rimane? Rimane la pagina sportiva…e vabbè allora mi rifiuto a prescindere e decido di chiuderlo, il giornale.
E chiudendolo mi accorgo che davvero non ho nulla da fare? Riaprire il giornale, guardare la tv? Neanche a dirlo…leggere, potrei. Lo faccio. E dopo poco capisco che c’è ancora qualcosa che non va, perché rimbombano una dietro l’altra tutte le tristi notizie apprese dal quotidiano.
La politica corrotta, la crisi economica infinita, la precarietà del lavoro e la volontà di uccidere ancora di più quel poco che ne rimane, la cronaca nostrana, quei delitti a cui non riusciamo mai a trovare un colpevole. Capisco che leggere non mi aiuta come avrei pensato, perchè sebbene un libro mi porti in un altro mondo, quello da cui voglio fuggire sembra correre più veloce di me.
Ma è solo un mercoledì sera, e i mercoledì sera nelle piccole città come la mia non c’è molto da fare. Solitamente si rimane a casa, perché in fondo è un giorno qualunque, infrasettimanale, non ha mica la stessa importanza di un venerdì o un sabato sera?!?!? Qualsiasi cosa ciò significhi.
Ma non fa niente, chiamo un paio di amiche e dico loro di voler uscire. Ok, si esce. La prima cosa che capita a tiro, tanto è mercoledì, cappotto e via.
Sono le 22 di una sera anche abbastanza fredda, del resto nei giorni scorsi ha nevicato in città e la gelida aria che pizzica sotto il naso e nelle ossa si sente tutta, in effetti. Nessuno in strada, e non mi meraviglio. E’ mercoledì, e poi fa freddo, troppo per scendere e troppo per camminare a piedi. Decidiamo di andare in un locale, una birra – pensiamo –  ci riscalderà. Non potevamo immaginare che ci avrebbe riscaldato tutt’altro.
Entriamo. Quel locale ci piace perché sembra di essere in qualche città straniera, così lontana da noi, dalle nostre abitudini, dall’Italia.
E’ un locale fumoso e fumante, del fumo delle sigarette, ma anche del fumo della vita che si respira…
E nel sederci ad un tavolo, notiamo che il palchetto dritto di fronte a noi è allestito. Una consolle, non all’ultima moda, senza computer e senza stranezze tecnologiche. Una consolle che nelle sua semplicità emana odore di buono, emana calore…eppure non è nemmeno in funzione.
E notiamo tanti disch. La perspicacia che ci contradistingue ci aiuta a capire che c’è una serata, ma non potevamo pensare che era una serata particolare.
Il dj sale sul palchetto – palco forse è un po’ esagerato – ed è subito a suo agio. Si capisce all’istante che quello è il suo mondo. Con mani che sembrano toccare la cosa più sacra che esiste, mette il primo disco…poi il secondo. E poi magia: invita le persone del locale a dargli i loro vinili.
Non capisco. Davvero la gente ha portato con sé dei dischi? Sì, lo ha fatto!
Uno dopo l’altro li mette tutti e tra una canzone e la successiva spiega –  lui che evidentemente conosce tutto ciò che riguarda la musica – mille aneddoti che riguardano questo o quell’altro brano.
E così ti perdi in sonorità che magari nemmeno ti appartengono, ma che di fondo fanno da cornice a qualcosa di ben più importante, la consapevolezza di ciò che si ascolta. E allora capisci che ogni canzone, più o meno bella, più o meno accattivante, o romantica, ha una vita che esula da te ma che contemporaneamente si lega a ciò che sei. Una canzone che nasconde dentro di sé una storia, e che poi ha la forza di legarsi intimamente a te attraverso un ricordo. E allora ascolti con attenzione qualsiasi cosa ti viene proposta, perché se anche non è il tuo “genere” – eppure io diffido da chi distingue la musica in “generi”, perché penso che essa sia semplicemente arte – è comunque bello ascoltare e perdersi nelle note di Battiato con I treni di Tozeur, una poesia che mi porta in un mondo dove regna solo la fantasia, o in quelle di Mina, dei Pink Floyd. E’ bello scoprire che negli anni ’80 esistevano gli Shampo che cantavano improbabili cover dei Beatles e che quel gruppo nacque per goliardia. Oppure che Loredana Bertè ha avuto una relazione con Andy Warhol, o che un certo Buddy Holly presentò la sua canzone “Peggy Sue” in modo del tutto anticonformista: nella sala d’aspetto, mentre attendeva di essere ricevuto da un certo Alan Freed…
E la serata va avanti a suon di vinile, di sorrisi, di ammiccamenti e note musicali, fermando gli attimi in uno spazio temporale da cui non si vorrebbe più uscire.
Capiamo che siamo capitate in un altro mondo. In un mondo lontano anni luce dai quei riflettori di un tempo, quello in cui viviamo, che non ci appartiene, che non vogliamo. Ci rendiamo conto di essere capitate in un mondo parallelo in cui la musica è vita ed è viva come vivo è il suono del vinile che gira sul piatto sotto la puntina del braccio del giradischi…e se ogni tanto si sente il fruscio, è solo il suono di un vinile un po’ vecchiotto, ma che ci piace, e ci piace tanto, perché sa di qualcosa che è stato vissuto, toccato, usato più e più volte, di qualcosa che è stato ascoltato.
E in questo tempo in cui non si sa più ascoltare davvero, allora anche il fruscio di un vinile sa farti commuovere.
In questo tempo in cui la musica viene “scaricata”, “masterizzata”, “presa” solo dal web, senza essere davvero vissuta a pieno, senza essere studiata e apprezzata, una serata così trova la sua vera essenza, trova la sua ragione per esistere e per esserci.
Sì, perché questo mercoledì vuole urlare al mondo che la musica non è una cartella di milioni di file sul proprio pc, non è un attimo di ascolto di soli tre minuti dal tubo o dal mulo.
Questo giorno feriale diventa un giorno festivo perché è la festa di chi crede che la musica c’è, è forte e resiste. Resiste in un mondo che, diciamolo, ci sta lasciando con un pugno di mosche in mano – e avrei potuto dire “sabbia” per citare i Nomadi – e resiste perché c’è qualcuno che crede nel potere in essa racchiuso, qualcuno che si emoziona se tocca un vinile, perché è come toccare una donna. Tenerla, stringerla, farla sua, senza paura, senza esitazione.
Ogni mercoledì capisco che i quotidiani continueranno ad essere stampati, che il mio paese continuerà ad essere marcio, che il mondo continuerà a girare nel verso sbagliato, che la globalizzazione finirà per annientare ancora tutto ciò che ci circonda. Ma in tutto questo, capisco anche che se c’è chi in un piccolo locale di una piccola città può condividere idee, ricordi, passioni ed emozioni forse questo mondo non è poi così malato, forse questa Italia non è poi così sbagliata.
E capisco che se tornassimo ad utilizzare i vinili ed eliminassimo tutti i file musicali dai nostri pc; se camminassimo a piedi, o in bici, almeno nei giorni di sole, lasciando a casa le auto; se pensassimo che rubare allo stato significa rubare a noi stessi, forse capiremmo che il mondo non deve per forza andare alla deriva. E se poi decidessimo di fare tutto questo con l’aiuto della musica, scopriremmo che la musica è la sola cosa che può farci stare bene, perché dove c’è la musica non può esserci nulla di cattivo.

giovedì 8 marzo 2012

Lea

di SymonaP.




Aveva 35 anni Lea quando drammaticamente le veniva tolta la vita nel modo più atroce, più infame.  
Aveva 35 anni quando lasciava una giovane figlia Denise in un mondo malato e marcio. Il mondo cui si era ribellata con forza e audacia ma che aveva finito per ucciderla inesorabilmente.
Lea Garofalo: un nome che risuona, o che almeno dovrebbe risuonare prepotentemente nella memoria di tutti quegli italiani che si indignano quando l’immagine del bel paese viene associata alle cosche mafiose, alla ‘ndrangheta, alla camorra. Tanti nomi per indicare lo stesso, identico status di malaffare e malavita, che opprime l’Italia, da Nord a Sud, da Est a Ovest senza distinguere regioni, città, provincie.
Lea Garofalo era la figlia di un boss della ndrangheta.
Non possiamo scegliere la famiglia in cui nascere, ma forse mille volte, Lea, avrà maledetto quel legame familiare. E altre mille avrà maledetto se stessa per essersi innamorata  dell’ultimo uomo di cui avrebbe dovuto innamorarsi: Carlo Cosco. Avrà gioito per la nascita della figlia Denise, e allo stesso tempo si sarà odiata perché consapevole di non poter offrirle un futuro migliore del suo.
Eppure Lea lo voleva. Lea voleva che la figlia vivesse lontana dalla ‘ndrangheta, dai loschi affari del padre, della “famiglia”, quella stessa cui lei sapeva di non aver mai appartenuto veramente.
Lea voleva che la figlia crescesse in un mondo pulito, sano e allora fece quello che solo una madre consapevole dell’amore verso i propri figli può fare: ribellarsi. Lea divenne una collaboratrice di giustizia, segnando inevitabilmente il proprio destino.
Nel 1995 Lea aveva cominciato a denunciare tutti i dubbi affari della sua famiglia, a partire dall’uccisione di Antonio Comberiati.
E l’anno seguente era stata una dei primi testimoni contro il fratello Floriano, boss dell’omonima cosca, trasferitosi a Milano dalla Calabria per seguire gli affari della famiglia al Nord.
Floriano Garofalo viene arrestato nel 1996, nel capoluogo lombardo dopo un blitz dei Carabinieri nella sua casa in via Montello.  Scarcerato nel 2005 in seguito ad un processo che lo aveva assolto da ogni accusa, viene ucciso, nel giugno dello stesso anno, in un agguato messo in opera, presumibilmente, dalla famiglia Cosco. Le due famiglie, infatti – stando a quanto asserito da Lea Garofalo in uno dei suoi tanti interrogatori – erano in lotta per la gestione del traffico di stupefacenti nella zona calabrese, e in particolare di Petilia Policastro, da sempre in mano alla famiglia Garofalo.
Tali dichiarazioni, il suo supporto e le sue testimonianze nelle aule di tribunale, saranno fondamentali e decisive per farle ottenere nel 2002 il diritto al programma di protezione, cui sarà sottoposta insieme alla figlia Denise. Il programma prevede il trasferimento a Campobasso e da lì, l’inizio di una nuova vita per entrambe.
Ma è una vita breve, quella di Lea. Breve e amara, perché lo Stato latita molto più di quanto faccia qualsiasi ‘ndranghetista, mafioso o camorrista. Lea subisce la prima beffa nel 2006 quando, nonostante l’aiuto fornito alla giustizia, in cui lei credeva fermamente, le viene revocato il diritto a partecipare al programma di protezione con la motivazione di aver apportato scarso aiuto alle indagini degli inquirenti.
Si rivolge al TAR, ma è solo il Consiglio di Stato, nel 2007, che ripristina il suo status di collaboratrice di giustizia sotto protezione, a cui Lea rinuncerà volontariamente nel 2009.
Quel 2009 è un anno importante, sarà l’ultimo anno di vita della donna. Dopo un primo tentativo di rapimento –  5 maggio –  che Lea denuncia ai Carabinieri, convinta che dietro l’accadimento vi sia la mano dell’ex marito, la donna scompare definitivamente  nel mese di novembre.
Carlo Cosco aveva attirato la moglie con la scusa più banale eppure l’unica che avrebbe convinto la donna ad incontrare il marito: discutere del futuro di Denise.
Madre e figlia si erano pertanto decise a vedere l’uomo, che, in seguito avrebbe chiesto alla figlia di accompagnarlo a salutare gli zii, rimanendo d’accordo con l’ex moglie che si sarebbero poi ritrovati in stazione per prendere il treno e lasciarle tornare a casa.
Alla stazione però Lea non ci arriverà mai.
Alla stazione, invece, arrivano Denise e suo padre, che resterà con la figlia per tutto il tempo necessario, fino a chiamare per primo i carabinieri e denunciare la scomparsa della donna.
Lea svanisce nel nulla, e a noi rimane la cronaca del suo omicidio. Rapita, trasportata in un furgone, torturata a lungo, poi uccisa con un colpo di pistola e infine sciolta nell’acido, nei pressi di Monza.

Durante questi anni, il processo per l’omicidio di Lea ha vissuto fasi alterne, e anche “bizzarre” oltre che poco rispettose della memoria della donna. Come la sentenza del 31 ottobre 2011, quando all’ex marito della donna, presunto mandante dell’omicidio, veniva addirittura concesso il diritto al gratuito patrocinio. In altre parole era lo Stato, e quindi i cittadini a prendersi l’onere di pagare la parcella del famoso penalista milanese, Daniele Sussman Steinberg, avendo, l’imputato, dichiarato nel 2010 circa 10mila euro di reddito.
Una beffa che si prendeva gioco di Lea e dello stesso Stato italiano.

E oggi come stanno le cose? Oggi si riparte da zero!
Che sia un bene o un male, francamente non saprei dirlo. So per certo che la giustizia dovrebbe fare il suo corso nel migliore dei modi possibili e celermente, ma so anche che a volte le coincidenze sono imprevedibili…
In questo caso per esempio è accaduto – nei primi giorni dello scorso dicembre – che Filippo Grisolia, presidente della Corte di Assise di Milano sia stato nominato capo di gabinetto del ministro di giustizia Severino. L’incompatibilità dei ruoli ricoperti si è tradotta nella nomina di un nuovo giudice per il processo Garofalo: Anna Introini, che ha la facoltà di far effettivamente ripartire il processo da capo.
Il processo è in corso ma Lea Garofalo muore ancora una volta, perché alla richiesta dell’avvocato della madre e della sorella di Lea, di considerarla una vittima di ‘ndrangheta, i giudici milanesi rispondono negativamente, non considerando il fatto delittuoso, un omicidio a carattere mafioso.  Stando a quanto asserito dai giudici, infatti, l’omicidio può contare solo sull’aggravante della premeditazione e non anche sull’aggravante delle modalità di procedimento a stampo mafioso utilizzate per uccidere la donna.

La giustizia farà il suo corso come è giusto che sia, ma si spera che non sia un percorso ad ostacoli.
In fondo questa donna ha urlato la sua libertà, lo ha fatto per se stessa e per sua figlia. Lo ha fatto con coraggio, fermezza, forza e caparbietà. Lo ha fatto non perché doveva ma perché voleva.
Ha urlato il suo “no alla ‘ndrangheta” pur conoscendone i rischi perché sapeva che per rendere questo mondo migliore era necessario che lei facesse la sua parte. E l’ha fatta.
Lea, la sua parte l’ha fatta davvero.
Quando sarà la giustizia a fare la sua? Quando sarà lo Stato a fare la sua parte?
Lea resta nella memoria, anche oggi, 8 marzo, qualunque cosa significhi l’8 marzo, e ci resta ancora di più negli altri 364, perché almeno la memoria la sua parte la fa. La fa sempre!