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giovedì 8 marzo 2012

Lea

di SymonaP.




Aveva 35 anni Lea quando drammaticamente le veniva tolta la vita nel modo più atroce, più infame.  
Aveva 35 anni quando lasciava una giovane figlia Denise in un mondo malato e marcio. Il mondo cui si era ribellata con forza e audacia ma che aveva finito per ucciderla inesorabilmente.
Lea Garofalo: un nome che risuona, o che almeno dovrebbe risuonare prepotentemente nella memoria di tutti quegli italiani che si indignano quando l’immagine del bel paese viene associata alle cosche mafiose, alla ‘ndrangheta, alla camorra. Tanti nomi per indicare lo stesso, identico status di malaffare e malavita, che opprime l’Italia, da Nord a Sud, da Est a Ovest senza distinguere regioni, città, provincie.
Lea Garofalo era la figlia di un boss della ndrangheta.
Non possiamo scegliere la famiglia in cui nascere, ma forse mille volte, Lea, avrà maledetto quel legame familiare. E altre mille avrà maledetto se stessa per essersi innamorata  dell’ultimo uomo di cui avrebbe dovuto innamorarsi: Carlo Cosco. Avrà gioito per la nascita della figlia Denise, e allo stesso tempo si sarà odiata perché consapevole di non poter offrirle un futuro migliore del suo.
Eppure Lea lo voleva. Lea voleva che la figlia vivesse lontana dalla ‘ndrangheta, dai loschi affari del padre, della “famiglia”, quella stessa cui lei sapeva di non aver mai appartenuto veramente.
Lea voleva che la figlia crescesse in un mondo pulito, sano e allora fece quello che solo una madre consapevole dell’amore verso i propri figli può fare: ribellarsi. Lea divenne una collaboratrice di giustizia, segnando inevitabilmente il proprio destino.
Nel 1995 Lea aveva cominciato a denunciare tutti i dubbi affari della sua famiglia, a partire dall’uccisione di Antonio Comberiati.
E l’anno seguente era stata una dei primi testimoni contro il fratello Floriano, boss dell’omonima cosca, trasferitosi a Milano dalla Calabria per seguire gli affari della famiglia al Nord.
Floriano Garofalo viene arrestato nel 1996, nel capoluogo lombardo dopo un blitz dei Carabinieri nella sua casa in via Montello.  Scarcerato nel 2005 in seguito ad un processo che lo aveva assolto da ogni accusa, viene ucciso, nel giugno dello stesso anno, in un agguato messo in opera, presumibilmente, dalla famiglia Cosco. Le due famiglie, infatti – stando a quanto asserito da Lea Garofalo in uno dei suoi tanti interrogatori – erano in lotta per la gestione del traffico di stupefacenti nella zona calabrese, e in particolare di Petilia Policastro, da sempre in mano alla famiglia Garofalo.
Tali dichiarazioni, il suo supporto e le sue testimonianze nelle aule di tribunale, saranno fondamentali e decisive per farle ottenere nel 2002 il diritto al programma di protezione, cui sarà sottoposta insieme alla figlia Denise. Il programma prevede il trasferimento a Campobasso e da lì, l’inizio di una nuova vita per entrambe.
Ma è una vita breve, quella di Lea. Breve e amara, perché lo Stato latita molto più di quanto faccia qualsiasi ‘ndranghetista, mafioso o camorrista. Lea subisce la prima beffa nel 2006 quando, nonostante l’aiuto fornito alla giustizia, in cui lei credeva fermamente, le viene revocato il diritto a partecipare al programma di protezione con la motivazione di aver apportato scarso aiuto alle indagini degli inquirenti.
Si rivolge al TAR, ma è solo il Consiglio di Stato, nel 2007, che ripristina il suo status di collaboratrice di giustizia sotto protezione, a cui Lea rinuncerà volontariamente nel 2009.
Quel 2009 è un anno importante, sarà l’ultimo anno di vita della donna. Dopo un primo tentativo di rapimento –  5 maggio –  che Lea denuncia ai Carabinieri, convinta che dietro l’accadimento vi sia la mano dell’ex marito, la donna scompare definitivamente  nel mese di novembre.
Carlo Cosco aveva attirato la moglie con la scusa più banale eppure l’unica che avrebbe convinto la donna ad incontrare il marito: discutere del futuro di Denise.
Madre e figlia si erano pertanto decise a vedere l’uomo, che, in seguito avrebbe chiesto alla figlia di accompagnarlo a salutare gli zii, rimanendo d’accordo con l’ex moglie che si sarebbero poi ritrovati in stazione per prendere il treno e lasciarle tornare a casa.
Alla stazione però Lea non ci arriverà mai.
Alla stazione, invece, arrivano Denise e suo padre, che resterà con la figlia per tutto il tempo necessario, fino a chiamare per primo i carabinieri e denunciare la scomparsa della donna.
Lea svanisce nel nulla, e a noi rimane la cronaca del suo omicidio. Rapita, trasportata in un furgone, torturata a lungo, poi uccisa con un colpo di pistola e infine sciolta nell’acido, nei pressi di Monza.

Durante questi anni, il processo per l’omicidio di Lea ha vissuto fasi alterne, e anche “bizzarre” oltre che poco rispettose della memoria della donna. Come la sentenza del 31 ottobre 2011, quando all’ex marito della donna, presunto mandante dell’omicidio, veniva addirittura concesso il diritto al gratuito patrocinio. In altre parole era lo Stato, e quindi i cittadini a prendersi l’onere di pagare la parcella del famoso penalista milanese, Daniele Sussman Steinberg, avendo, l’imputato, dichiarato nel 2010 circa 10mila euro di reddito.
Una beffa che si prendeva gioco di Lea e dello stesso Stato italiano.

E oggi come stanno le cose? Oggi si riparte da zero!
Che sia un bene o un male, francamente non saprei dirlo. So per certo che la giustizia dovrebbe fare il suo corso nel migliore dei modi possibili e celermente, ma so anche che a volte le coincidenze sono imprevedibili…
In questo caso per esempio è accaduto – nei primi giorni dello scorso dicembre – che Filippo Grisolia, presidente della Corte di Assise di Milano sia stato nominato capo di gabinetto del ministro di giustizia Severino. L’incompatibilità dei ruoli ricoperti si è tradotta nella nomina di un nuovo giudice per il processo Garofalo: Anna Introini, che ha la facoltà di far effettivamente ripartire il processo da capo.
Il processo è in corso ma Lea Garofalo muore ancora una volta, perché alla richiesta dell’avvocato della madre e della sorella di Lea, di considerarla una vittima di ‘ndrangheta, i giudici milanesi rispondono negativamente, non considerando il fatto delittuoso, un omicidio a carattere mafioso.  Stando a quanto asserito dai giudici, infatti, l’omicidio può contare solo sull’aggravante della premeditazione e non anche sull’aggravante delle modalità di procedimento a stampo mafioso utilizzate per uccidere la donna.

La giustizia farà il suo corso come è giusto che sia, ma si spera che non sia un percorso ad ostacoli.
In fondo questa donna ha urlato la sua libertà, lo ha fatto per se stessa e per sua figlia. Lo ha fatto con coraggio, fermezza, forza e caparbietà. Lo ha fatto non perché doveva ma perché voleva.
Ha urlato il suo “no alla ‘ndrangheta” pur conoscendone i rischi perché sapeva che per rendere questo mondo migliore era necessario che lei facesse la sua parte. E l’ha fatta.
Lea, la sua parte l’ha fatta davvero.
Quando sarà la giustizia a fare la sua? Quando sarà lo Stato a fare la sua parte?
Lea resta nella memoria, anche oggi, 8 marzo, qualunque cosa significhi l’8 marzo, e ci resta ancora di più negli altri 364, perché almeno la memoria la sua parte la fa. La fa sempre!

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