di Lettera 22
Negli ultimi mesi non passa settimana in cui una delle tre agenzie di rating, considerate le più importanti al mondo, non scocchi qualche freccia in direzione dell’Europa, e nello specifico dell’area euro. Che siano nazioni, enti sovranazionali o singole istituzioni finanziarie nessuno è immune dal giudizio di Standard&Poor’s, Fitch e Moody’s, i cui downgrade sono stati tanto numerosi e ravvicinati tra loro da destare una naturale perplessità.
Venerdì 13 gennaio, a mercati chiusi, Standard e Poor’s ha rivisto al ribasso il proprio giudizio sui rating di alcuni stati europei, tra cui la Francia, e l’Italia. Il rating francese passava così da AAA (il giudizio di massima solvibilità) ad AA+. Il merito creditizio italiano passava, invece da A a BBB+, collocando il nostro paese, dunque, nella fascia “medio bassa” della scala di giudizio dell’agenzia americana, allo stesso livello di Perù e Colombia.
Nei giorni successivi anche il rating de l’EFSF (European Financial Stability Facility o Fondo salva-stati) è stato rivisto, passando da AAA ad AA+. Alcune settimane dopo, invece, è stato il turno delle principali banche europee, molte delle quali italiane.
Ma quali sono le motivazioni che stanno alla base di queste decisioni, prese con questi tempi?
E' difficile capirlo. La Francia, che fino ad allora era forte della propria AAA, assieme alla Germania (anch’essa AAA) ha sempre rappresentato (forse in maniera non del tutto corretta) il vero asse politico-economico dell’area euro. Il downgrade della Francia è spiegato in virtù della forte esposizione delle banche Francesi ai titoli di stato greci, il cui rimborso è tuttora in fase di discussione tra i paesi dell’area euro, e dal fatto che tra i paesi a tripla A, è quella con il rapporto debito pubblico/ PIL più alto. In realtà queste sono motivazioni un po’ “forzate” che non sono parse sufficienti a spiegare tale decisione che, invece, ha lasciato in eredità uno spostamento di equilibri politici a favore della Germania, rimasta unica grande potenza europea con la tripla A e i cui titoli di stato non hanno minimamente risentito della crisi del debito pubblico delll' area euro, anzi si sono imposti come unico bene rifugio in momenti di forti tensioni.
Per l’Italia cercare di capire è ancora più difficile. Dopo che il 9 novembre si era raggiunto l’apice della crisi del debito pubblico (con rendimenti dei titoli di stato che giravano intorno al 7% e con la curva dei rendimenti invertita – segnale molto pericoloso nelle finanze pubbliche) l’intervento di Mario Monti è stato assolutamente apprezzato dai mercati, con lo spread e la curva dei rendimenti che si apprestava a tornare su livelli accettabili. Dopo giorni di lavoro intensi, dopo i primi decreti legge votati dal Parlamento, nei mercati si è cominciato a vedere i primi veri segnali che nel nostro paese qualcosa era cambiato; in quegli stessi mercati che hanno fatto fare un passo indietro al governo precedente. Proprio quando s’intravedeva uno spiraglio di luce, le agenzie di rating hanno espresso il loro giudizio con un tempismo alquanto discutibile.
Anche il giudizio sull’EFSF, l'ente sovranazionale che dovrebbe eventualmente aiutare stati in difficoltà, lascia più d’una perplessità, così come quello sulle banche che nelle ultime settimane stanno vedendo migliorare tutti i loro indicatori di stabilità.
Ma qual è il valore che hanno questi giudizi? In passato era molto forte, oserei dire quasi insindacabile. La qualità di un titolo, o meglio, di una società (o di una nazione) era rappresentato dal suo rating. In seguito alla crisi del 2008 il peso specifico delle agenzie di rating nel mondo economico è sensibilmente cambiato. Ad esempio, dopo il downgrade i rendimenti dei titoli di stato italiani si sono mossi, ma non sono mai più tornati ai livelli dei mesi precedenti. La risposta dei mercati è stata forte: gli investitori che detenevano titoli di stato italiani, all’indomani del nuovo giudizio di Standard & Poor’s non si sono affrettati a disfarsene preoccupati dalla capacità dello stato italiano di rimborsare i propri debiti. Dei movimenti un po’ più ampi ci sono stati, invece, per i titoli francesi, che fino ad allora non avevano conosciuto tensioni particolari.
Una risposta, tutto sommato, non eccessiva, da parte dei mercati a questi downgrade è spiegata dalla storia delle agenzie di rating stesse:
- luglio 2008, il rating di Lehman Brothers era A; il 15 settembre Lehman Brothers dichiara il fallimento
- novembre 2001, S&P conferma la BBB per Enron, il 3 dicembre 2001 Enron dichiara il fallimento
- Parmalat fino ad una settimana prima della bancarotta (24 dicembre 2003) era BBB
- febbraio 2008, S&P conferma la tripla A a Fannie Mac; settembre 2008 il governo degli Stati Uniti compie la più grande opera di finanziamento della storia degli U.S.A. salvando Fannie Mac e Freddie Mac.
- luglio 2008, il rating di Lehman Brothers era A; il 15 settembre Lehman Brothers dichiara il fallimento
- novembre 2001, S&P conferma la BBB per Enron, il 3 dicembre 2001 Enron dichiara il fallimento
- Parmalat fino ad una settimana prima della bancarotta (24 dicembre 2003) era BBB
- febbraio 2008, S&P conferma la tripla A a Fannie Mac; settembre 2008 il governo degli Stati Uniti compie la più grande opera di finanziamento della storia degli U.S.A. salvando Fannie Mac e Freddie Mac.
È proprio in seguito al 2008 che le agenzie di rating sembrano aver cambiato il loro modo di operare. In seguito alle dure critiche ricevute in virtù di giudizi rivelatisi palesemente errati, le agenzie di rating sembrano esser diventate improvvisamente severe, forse un po’ troppo, a volte – sembra – quasi a voler “mettere le mani avanti” e crearsi in un certo senso un alibi, per evitare, di nuovo, accuse da tutto il mondo economico di non essere in grado di giudicare efficacemente il merito creditizio di società/stati, insomma, di non saper fare il proprio lavoro.
Ma se è vero che i mercati in questo caso si sono dimostrati razionali ed hanno dato il giusto peso a questi downgrade, resta il fatto che le agenzie di rating sono universalmente riconosciute come degli attori importanti nell’universo economico. Basti pensare il fatto che in quasi tutti i contratti relativi al mondo degli investimenti vengono indicati valori minimi di rating, identificando nel rating stesso un giudizio di qualità. Il lavoro di chi assegna i rating, dunque, non può assoggettarsi alle logiche del “intanto io metto le mani avanti…. Nessuno potrà mai dirmi che "non avevo percepito il rischio di quella società”, perché in virtù di quel giudizio si creano conseguenze su tutto il mondo economico. In fondo, il lavoro delle agenzie di rating non si riduce a dare un voto, essendo più o meno cattivo, Dovrebbe, invece, essere il lavoro di chi cerca di capire, studiare, analizzare il merito creditizio di un qualsiasi debitore e sintetizzarlo in un giudizio.
Un giudizio che ha un certo peso, capace di generare panico o fiducia, di muovere il sentimento dei mercati e di avere conseguenze anche pericolose.
Quindi delle due l’una: o le agenzie di rating approcciano il loro lavoro con un’impostazione mentale diversa, dedita maggiormente ad una corretta analisi dei fondamentali ed a giudizi trasparenti e coerenti, o va rivisto in toto la loro natura e la loro ragion d’essere all’interno del sistema economico-finanziario.
Un giudizio che ha un certo peso, capace di generare panico o fiducia, di muovere il sentimento dei mercati e di avere conseguenze anche pericolose.
Quindi delle due l’una: o le agenzie di rating approcciano il loro lavoro con un’impostazione mentale diversa, dedita maggiormente ad una corretta analisi dei fondamentali ed a giudizi trasparenti e coerenti, o va rivisto in toto la loro natura e la loro ragion d’essere all’interno del sistema economico-finanziario.
I mercati, in parte, hanno già risposto.

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