Parole di Un Luigi qualunque + altri amici: loSchiacciasassi; Lettera22; SymonaP.

giovedì 26 gennaio 2012

La Lega Nord (non) ce l'ha duro

di Un Luigi qualunque



Dall’insediamento dell’esecutivo guidato da Mario Monti, la Lega nord sembra essersi ringalluzzita: raduni in piazza, manifestazioni, cortei, scenate in Parlamento; insomma La Lega di lotta, quella dei bei tempi. Per l’occasione, sono state rispolverate le parole d’ordine delle origini: secessione e Roma ladrona.
La questione dell’indipendenza dell’Italia settentrionale è affrontata, in base al periodo, in modo differente: quando erano in maggioranza, si parlava più cautamente di Federalismo da raggiungere attraverso un processo di riforme, modificando l’assetto dello Stato in tal senso.
Ora che sono tornati un partito di lotta, hanno rispolverato la Secessione, come fine da raggiungere a tutti i costi (ricordate i fucili dei padani, pronti per essere imbracciati, evocati dal Senatùr?)
Insomma il sospetto viene: che la prima idea, quella “moderata” fosse solo simbolica, per celare ben altre intenzioni. Il dubbio è rafforzato dai termini usati, e dalla manipolazione delle parole: Federalismo è la condizione di un insieme di entità autonome, legate però tra loro dal vincolo di un patto (in latino, appunto, foedus, "patto, alleanza"). Cioè entità differenti, due o più Stati sovrani, che attraverso un patto cedono una parte di sovranità a un’entità terza: è ’ ciò che è accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti d’America, che sono uno Stato federale, propriamente detto.
Ma in Italia non abbiamo questa situazione, non esistono diversi Stati sovrani da riunire attraverso un foedus. L’Italia è una e il federalismo non ha motivo di esistere.
Cosa diversa è il regionalismo, che è la tendenza a concedere autonomia legislativa e amministrativa alle regioni intese come suddivisione di uno Stato, che pare, invece,  più corretto alla luce delle specificità culturali  giuridiche e storiche del nostro Paese.
E’ ciò che dal 1970 in poi, lentamente, si sta attuando e che sarebbe auspicabile avvenisse in modo serio e rapido, per rispondere agli effettivi bisogni della vita del paese: le regioni (e gli enti locali) hanno maggiore conoscenza dei problemi dei singoli territori, proprio per la vicinanza anche fisica che li contraddistingue.
Una completa attuazione dei principi regionalisti, permetterebbe di avere un’unità d’Italia più articolata e completa, vicina alle istanze della popolazione e quindi più democratica.
Ora, delle due l’una: o c’è un uso sbagliato delle parole, dovuto a ignoranza; oppure c’è una manipolazione delle parole, rispondente ad un certo programma politico: se lo Stato federale è il patto tra diversi Stati sovrani, lo Stato federale in Italia è attuabile attraverso un duplice processo:
1)    Creare entità differenti e indipendenti (mi vengono  in mente le tre macro regioni ipotizzate da Gianfranco Miglio, ideologo della Lega);
2)    2) I soggetti indipendenti creati dalla divisione dell’Italia, procederanno con la costituzione di uno Stato Federale.
Insomma un federalismo pensato per dividere, questo sembrerebbe il vero progetto.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, certe polemiche delle ultime settimane appaiono sorprendenti da chi un minuto fa era al Governo del Paese e comunque inquilini da parecchi anni (rectius legislature) in quella Roma che sarà pure ladrona ma anche parecchio ospitale, a giudicare dalle lotte interne al partito per aggiudicarsi questa o quell’altra poltrona.
Insomma, tanti slogan e polveroni sembrano alzati per distrarre dai grossi problemi del partito.
In primis, la spaccatura tra maroniani e bossiani: Maroni, soprattutto nel periodo in cui ha retto il Ministero dell’Interno, ha rafforzato il legame con gli amministratori leghisti degli enti locali; inoltre ha assunto un atteggiamento più istituzionale e dialogante, in discontinuità con certi modi e toni tipici di Bossi (pernacchie comprese). In più il dato anagrafico è dalla sua parte.
Dall’altra, il c.d. cerchio magico (Bossi, Reguzzoni, Mauro, il Trota) più legato agli equilibri di potere in quel di Roma (ladrona?).E ancorato alla leadership di Bossi, che un po’ per mentalità e idee, un po’ per condizioni fisiche, non pare essere, a dirla tutta, in grado di guidare il partito nel futuro.
E Maroni e i maroniani l’hanno capito.
Tutte dinamiche da partito romano più che da movimento pragmatico, che dovrebbe rappresentare (a loro dire) le istanze del nord che lavora, partito di lotta, alternativo e di rottura, che si ritrova, invece, nella necessità di ricorrere a slogan demagogici, per ricompattare una base delusa dalle scelte degli ultimi anni, nel corso dei quali, in nome dell’alleanza con il PDL, sono state accettate cose discutibili (basta sentire gli sfoghi a radio padania).
E’ un quadretto un po’ desolante, lontano dai tempi in cui il Senatur urlava ai suoi La Lega c’è l’ha duro: ultimamente un po’ per mancanza d’idee e un po’ per demagogia (più del solito), paiono essere un po’ mosci.

venerdì 20 gennaio 2012

Su auditel e demagogia, c'è massima Concordia

di Un Luigi qualunque

La vicenda del disastro della nave Concordia è stata l’occasione, ancora una volta, per imbastire una serie di trasmissioni televisive dai contenuti discutibili.
 Ore e ore dedicate all’approfondimento di una vicenda tragica: è giusto cercare di capire la dinamica dei fatti, fornendo anche un servizio informativo ai cittadini ma come di consueto la deriva è dietro l’angolo: la ricerca del particolare macabro, del sangue, del dettaglio sensazionale.
Interviste ai parenti delle vittime o dei dispersi, con domande patetiche e imbarazzanti.
Si dice è quello che la gente vuole sapere; sono le trasmissioni che piacciono ai telespettatori; queste trasmissioni hanno un grande seguito. Luciano De Crescenzo una volta ha scritto: “L'Auditel rappresenta la stupidità media di una nazione e la tv, per andare al gusto delle masse abbassa il proprio gusto, fino a farlo coincidere con quello della maggioranza”
Quindi, in nome della stupidità, ci vengono propinate ore di trasmissioni che scavano nell’orrore. Il sangue è ciò che ci attira? Sembra che in duemila anni di storia non si cambiato nulla: un tempo ci si recava in anfiteatro, luogo di giochi e combattimenti, spinti dalla voglia  di vedere un po’ di spettacolo che spesso e volentieri sfociava in violenza; si aspettava con ansia che una bestia divorasse un gladiatore, o che gli sventurati di turno si trucidassero tra di loro.
Oggi sono cambiate le modalità ma il senso profondo è lo stesso: non è più necessario recarsi in un luogo polveroso e fare la fila: nel nostro tempo, nei paesi civili, si sta comodamente seduti sul divano di casa, e attraverso la televisione c’è modo di gustarsi particolari macabri, scavare nella psiche dell’assassino, osservare la ricostruzione computerizzata o plastica del luogo del fatto, scoprire la direzione degli schizzi di sangue.

Un altro aspetto, tornando alla situazione specifica del naufragio, è che da più parti sono arrivate reazioni scomposte e indignate per la decisione di prevedere la misura cautelare degli arresti domiciliari per il comandante della nave, in luogo della custodia in carcere, chiesta dal Procuratore della Repubblica.
E’ sorprendente soprattutto lo sconcerto di chi, solo pochi giorni fa, professandosi garantista, qualificava come esagerata ed indecente la richiesta di misura cautelare per il Deputato Nicola Cosentino, considerandola un’ingiusta anticipazione della pena.
Non è questo il luogo per una approfondimento tecnico sulla natura delle misure cautelari, semplicemente faccio osservare che i casi in cui queste si applicano e in che misura, sono aspetti previsti dalla legge, quindi già questo quanto meno dovrebbe essere una garanzia e non un’ indecenza; inoltre,  è importante ricordare che  le misure cautelari e la pena inflitta con condanna definitiva sono comminate in base a presupposti differenti, e per finalità diverse.
Detto ciò, dalle argomentazioni espresse nell’ordinanza del GIP di Grosseto e dei relativi articoli del c.p.p. (art. 273 e 274 c.p.p.) la scelta della custodia domiciliare appare, a mio parere, tecnicamente corretta.
Chiaramente il Procuratore della Repubblica di Grosseto (senza alcun dubbio, giurista più colto di me)  , avrà modo di contestare la scelta, attraverso i previsti strumenti  giurisdizionali, non certo con opinioni estemporanee e demagogiche, ma con puntuali argomentazioni fattuali e giuridiche.
Insomma, pare essere una polemica sterile e demagogica, sembra essere il solito cavalcare l'emozione e l'ennesima occasione per giudicare il lavoro della magistratura non attraverso i suoi atti (e la critica e controllo su questi è sacrosanta, nonchè prevista dalla legge) ma semplificando, ed  in base a elementi parziali, non conoscendo le carte e  strumentalizzando i sentimenti di chi è coinvolto nella vicenda.
Per concludere, questa vicenda è ancora una volta l’occasione per mostrare le storture prodotte da certe trasmissioni televisive che inseguendo  l’auditel, perdono di vista il pudore e il  rispetto per i sentimenti delle persone coinvolte, cavalcando i fatti di cronaca, diluendoli all’infinto, quando per la stessa natura del fatto, l'esigenza informativa sarebbe ormai conclusa o limitata solo ad alcuni elementi. 
Ma è in quel momento, quando non ci sarebbe altro da dire, che si percorrono le vie dello pseudo approfondimento e della sedicente informazioni, con ore di dibattiti sterili.
Non secondario aspetto che inoltre emerge è la percezione assolutamente schizofrenica  che qualcuno ha dell’ordinamento giuridico e in particolare dell'azione della magistratura,che a seconda dei casi, è considerata persecutoria quando si occupa dei nostri amici, e blanda quando si occupa degli altri.

giovedì 19 gennaio 2012

Chi non è l'eroe

di loSchiacciasassi


Italia, 18.01.2012

Ho ascoltato il commento di Francesco Merlo su Repubblica online, "De Falco, troppo facile chiamarlo eroe", in cui sostanzialmente il giornalista di Repubblica dice che è troppo facile chiamare eroe il comandante De Falco perché lui era semplicemente in una sala di comando a Livorno, lontano chiilometri dal luogo dell'incidente, e non si sa se invece fosse stato lì, sulla nave Concordia che stava affondando, come si sarebbe comportato.
Premesso che che personalmente ritengo il comportamento di De Falco assolutamente normale, nel senso proprio del termine, cioè nella norma, e quindi proprio per questo eroico (perché i veri eroi italiani, i.e. Giorgio Ambrosoli, sono le persone normali), io non so chi sono gli eroi.
So chi non sono gli eroi.
Non sono eroi quelli come Merlo. Io non capisco per quale scopo, per quale valido motivo informativo, per quali finalità, un giornalista debba fare un commento che essenzialmente si basa solo sul "SE". Un commento basato sulla messa in campo di dubbi su come definiremmo De Falco se fosse stato lui sulla Concordia.
Io mi ricordo i vecchi detti, espressivi della saggezza popolare: "se avevo le ruote ero un carretto", oppure "se avevo quindici palle ero un biliardo", che ci dicono che è inutuile pensare con i se o con i ma.
Penso quindi che si dovrebbero commentare soltanto i fatti, non le ipotesi, non avanzare scenari sospettosi, che sono un primo passo, diffamatorio, verso la dietrologia.
A commentare semplicemente i fatti, senza definire nessuno eroe o omuncolo, c'è solo da dire che c'è stato un Comandante che ha fatto il suo dovere ed un altro Comandante che non lo ha fatto.

C'è da aggiungere inoltre che l'ipotesi che avanza Merlo non è nemmeno proponibile a livello logico, perché Merlo si domanda cosa avrebbe fatto De Falco in caso di naufragio se De Falco fosse stato sulla Concordia, ma, prima ancora del naufragio, Merlo mi deve allora dimostrare che la Concordia con De Falco a bordo sarebbe ugualmente finita sugli scogli. Io ad occhio direi di no.
Ma io, sempre ad occhio, prima ancora, direi proprio che De Falco non ci sarebbe proprio potuto essere sulla Concordia, perché ogni Armatore si sceglie i comandanti suoi. Ma qui sto iniziando a fare le ipotesi anch'io; sì, lo so, io non sono un eroe.

domenica 8 gennaio 2012

Miopi o ingenui?

di Lettera 22



Nei giorni immediatamente successivi alla sua nomina come capo del nuovo esecutivo Mario Monti godeva di un’ampia popolarità presso il popolo italiano, solo seconda al Presidente della Repubblica Napolitano. Ad oggi, probabilmente, l’entusiasmo nei confronti del nuovo primo ministro è venuto meno in numerosi italiani. La miopia del popolo probabilmente lasciava immaginare che, con un colpo di magia il Professore sarebbe riuscito nell’ardua impresa di far quadrare i conti dello Stato senza mettere le mani nelle tasche degli italiani. Ahimè negli ultimi anni ci è stato insegnato che credere alle favole è uno sforzo inutile quanto dannoso. Tutti gli italiani erano illuminati: il Professor Mario Monti avrebbe dovuto fare solo due cose, da un lato aumentare le entrate, in tempi rapidissimi per evitare dissesti finanziari, e dall’altro dare nuova linfa alla crescita economica del nostro paese, pressoché ferma negli ultimi 20 anni. Gli stessi italiani erano tutti d’accordo riguardo questa semplice analisi, fino a che non si sono resi conto che sarebbero stati chiamati in prima persona ad “aumentare le entrate” e che nessuna entità astratta sarebbe intercessa per loro.
Ed è proprio in questo momento che la pochezza del popolo si è fatta sempre più acuta, con rimpianti sempre più crescenti verso quella classe politica che ci ha portato con delle azioni poco lungimiranti e sempre più populiste a questa situazione di estrema crisi.
La maggior parte delle persone non accetta un aggravio dell’imposizione fiscale, corretto. Non ho mai sentito, altresì, nessuno lamentarsi per l’ammontare del nostro debito pubblico (il terzo al mondo, circa 2.000 miliardi di euro) e nessuno si è mai più di tanto preoccupato del costo dello stesso, fino a che nei giornali si è cominciato a parlare, quasi abusandone, di spread. Da mesi il nostro spread si è posizionato ben al di sopra di livelli economicamente sostenibili, oscillando prima nell’area 300 punti base, ed affermandosi nelle ultime settimane intorno a 500 punti base. L’aumento dello stesso, peraltro, era divenuto molto pericoloso ed incontrollabile in tempi brevi, tant’è che lo stesso ex premier Berlusconi, che durante questi anni non era mai stato scalfito da i suoi processi o dalle storie di gossip che lo riguardavano, si è velocemente fatto da parte di fronte ad una sfiducia arrivata prima ancora dai mercati che dal parlamento eletto dal popolo italiano. Pochissimi immagino abbiano pensato che lo Stato rifinanzi continuamente il proprio debito pubblico, attraverso nuove emissioni che vengono collocate sul mercato oggi a rendimenti insostenibili. E pochissimi immagino possano aver pensato a che livelli sarebbe potuto arrivare il costo che lo Stato italiano sarebbe stato chiamato a sostenere per poter collocare il proprio debito. E qualcuno si è mai chiesto chi sarà a chiamato a pagare il 6 o il 7/% sulle nuove emissioni del Tesoro? O chi sarebbe stato chiamato a pagare tassi ancora più alti se lo spread fosse continuato a salire? Lo Stato mi si dirà. D’accordo, qualcuno di voi conosce il signor “Marco lo Stato”, o “Filippo lo Stato”? No , lo Stato non esiste come un’entità astratta, lo Stato siamo noi, siamo noi cittadini, che siamo stati in passato e saremmo stati, comunque, chiamati a pagare, chissà ancora per quanto, magari in maniera silenziosa ed inconsapevole. Il governo eletto dal popolo probabilmente non avrebbe preso delle scelte che sarebbero andate ad intaccare in maniera così diretta le tasche dei cittadini, ma saremmo stati chiamati a pagare ugualmente, per onorare gli interessi del nostro debito pubblico. Ed allora, se permettete, mi piace esser coerente ed accettare che il governo abbia fatto una prima parte del suo lavoro ed ora aspettare con ansia e curiosità la cosiddetta fase due: ovvero quel pacchetto di riforme che dovrebbero aiutare il nostro paese a tornare a crescere: liberalizzazioni, riforma delle pensioni, riforma del lavoro. Da italiano ,e da giovane italiano, sono contento, quasi sollevato, nel sapere che sul tavolo del mio governo non si parla più di intercettazioni e di leggi ad personam, ma di riforma del lavoro, di liberalizzazioni e di riforma del welfare. Certo, su molti di questi temi c’è da combattere l’ostruzionismo e la cecità dei sindacati, ma questa è un’altra storia….

mercoledì 4 gennaio 2012

Tutt'al più muoio

di Un Luigi qualunque




Nella notte tra il 31.12.1999 e lo 01.01.2000, ci dissero, doveva finire il mondo, a seguito del blocco totale dei computer; ciò avrebbe dovuto provocare un collasso a catena dei più svariati sistemi elettronici, causando una catastrofe globale.
Nulla è accaduto
Il 21.12.2012 secondo una previsione Maya scomparirà la vita sulla Terra.
Questi sono solo due esempi (primo e ultimo) di previsioni super mega iper catastrofiche che di tanto in tanto sedicenti maghi, gran maestri, pseudo chiese, sette, popoli antichi, ci propinano. La nostra fine è scritta e di tanto in tanto salta fuori una nuova data.
Perché così è scritto nel nostro destino, così è già stato deciso. Ma dove è scritto? Ma cosa? Ma com’è possibile accettare tali cose, dal momento che, il destino non esiste? Non può esserci scritta alcuna data, alcuna fine è già segnata, predestinata, preventivamente decisa; semplicemente perché nulla di scritto esiste. Non esiste alcun destino, nell’accezione di disegno già scritto di ciò che dovrà accadere. Ciò è inaccettabile, qualunque sia la nostra fede o filosofia di vita, Ciò è contrario allo stesso significato di essere umano: chi non ha fede ritiene che tutto sia in mano agli uomini, che la ragione sia il motore e la causa di ciò che ci accade; all’incirca hanno le medesime idee (o almeno dovrebbero) gli uomini di fede, pur partendo da premesse diverse: Dio ci ha donato l’intelletto e il libero arbitrio per autodeterminarci e decidere della nostra vita, al punto estremo di poter compiere azioni contrarie alla Sua stessa volontà e al Suo stesso dettato, tale e tanta è la liberta di scelta della quale godiamo. Quindi credere nel destino, così come comunemente inteso, è contrario alla stessa natura umana, qualunque sì la nostra fede o filosofia, è un’offesa alla nostra intelligenza (che ci sia stata data per natura o da Dio).
E’ un grande malinteso ed è solo una questione di nomenclatura.
Comunemente chiamiamo destino ciò che in sostanza sono le conseguenze non calcolate delle nostre scelte e le conseguenze delle scelte altrui che producono inaspettate conseguenze nella nostra vita: tutto ciò è comunemente chiamato destino; generalmente si opera la semplicistica operazione di considerare come qualcosa d’inevitabile un certo accadimento, per il solo fatto di non averlo considerato e/o calcolato prima del suo verificarsi; ma è semplicemente frutto di una scelta operata da qualcuno o da noi stessi, il cui risultato non si era prospettato preventivamente e inequivocabilmente: ciò fa si che si classifichi come “azione di un disegno superiore, azione scritta nel destino”.
Niente è predestinato, niente è già scritto. La questione del destino è una candida, e comoda, giustificazione che la nostra mente ha creato (e crea quotidianamente) per placare il sentimento di sconforto derivante dall’affrontare situazioni non previste e/o sgradevoli.: l'espressione “ma era destino che accadesse” è un meccanismo di difesa del nostro cervello, che non sopporta il verificarsi di azioni “inaspettate”, che ci piace, quindi, imputare a forze esterne agli esseri umani.  Il Destino, quindi, nell'accezione di disegno immodificabile e inevitabile, è una costruzione mentale, questo perché tutto ciò che succedere è una conseguenza di scelte personali dei singoli che vivono e interagiscono con altri esseri.
Ovviamente, il fatto che questo pianeta è abitato da miliardi di persone, fa si che le combinazioni delle scelte dei singoli individui siano innumerevoli, dando vita a situazioni complesse apparentemente inspiegabili; ciò accade solo perché le scelte in ballo sono numerosissime ed è più semplice e veloce immaginare che qualcosa sia accaduto a causa di un disegno misterioso, piuttosto che considerare che sia il frutto di migliaia di scelte combinate tra loro, il cui risultato finale, che incide nella nostra vita, sia il frutto di questa complessa rete di scelte.
Ad esempio, l’incontrare qualcuno in un luogo, dopo molto tempo, è la conseguenza delle innumerevoli scelte dei minuti precedenti, come prendere una certa direzione, utilizzare come mezzo di trasporto il bus o l’auto; è conseguenza del traffico, che incide sui tempi di percorrenza, e la cui maggiore o minore intensità è frutto della scelta dei singoli automobilisti di muoversi ad una determinata ora e di scegliere una determinata strada.
Insomma una banale situazione, quale l'incontro casuale, mostra, se analizzata, al suo interno un gran numero di elementi frutto di scelte, che hanno creato il presupposto dell’incontro “fortuito” dei due conoscenti.
E così per qualsiasi accadimento umano.
Certo la natura con i suoi fenomeni può parzialmente influire su alcune dinamiche umane, ma ciò dipenderà dal modo in cui l’uomo con le sue scelte, deciderà di influire su fenomeni che accadono da milioni di anni: pensiamo al fiume che straripa e inonda una cittadina, distruggendo strade e case. Questo fenomeno non sarà imputabile al destino o peggio, alla malvagità della natura, ma più correttamente alla scelta dell’uomo di costruire vicino al letto dei fiumi o sotto il loro livello, in deroga alle comuni regole di buon senso, ai principi dell'ingegneria o della geologia; o ancora, sarà conseguenze della scelta di non procedere alla corretta e periodica manutenzione del letto dei fiumi che scorrono in prossimità di abitazioni.
Cosa lievemente  diversa è ciò che chiamiamo fato ( o caso):  il caso attiene all'imperfezione del nostro agire; quando riusciamo a raggiungere il risultato sperato anche a seguito di un'azione imperfetta ne siamo così sorpresi che siamo soliti pensare che il caso o fato o quello che è, ci ha messo lo zampino per farla riuscire, semplicemente ci è andata bene, anche con l'imperfezione si è riusciti.
Insomma, ritengo che qualora esistesse veramente una previsione Maya circa la fine del mondo, questa sia del tutto inattendibile, così com’è stato per le previsioni catastrofiche degli ultimi dodici anni; non ci sarà alcuna fine del mondo, quanto meno non ci sarà se non lo decideremo noi, mettendoci d’impegno a distruggerci a vicenda ma questa eventualità è imprevedibile, sarà il frutto di scelte (scellerate) del momento e non certo realizzazione di una previsione o di un piano del destino, scritti da secoli. Per dirla con una frase ad effetto, il destino fa fuoco con la legna che c'è (A. Baricco); è tutto nelle nostre mani, il fuoco che ne scaturirà, sarà conseguenza della legna che avremo scelto.
Magari mi sbaglio e invece il 21.12.2012 si va all’altro mondo; e pazienza, se succede, tutt’al più muoio.
Amen