di Un Luigi qualunque
Dall’insediamento dell’esecutivo guidato da Mario Monti, la Lega nord sembra essersi ringalluzzita: raduni in piazza, manifestazioni, cortei, scenate in Parlamento; insomma La Lega di lotta, quella dei bei tempi. Per l’occasione, sono state rispolverate le parole d’ordine delle origini: secessione e Roma ladrona.
La questione dell’indipendenza dell’Italia settentrionale è affrontata, in base al periodo, in modo differente: quando erano in maggioranza, si parlava più cautamente di Federalismo da raggiungere attraverso un processo di riforme, modificando l’assetto dello Stato in tal senso.
Ora che sono tornati un partito di lotta, hanno rispolverato la Secessione, come fine da raggiungere a tutti i costi (ricordate i fucili dei padani, pronti per essere imbracciati, evocati dal Senatùr?)
Insomma il sospetto viene: che la prima idea, quella “moderata” fosse solo simbolica, per celare ben altre intenzioni. Il dubbio è rafforzato dai termini usati, e dalla manipolazione delle parole: Federalismo è la condizione di un insieme di entità autonome, legate però tra loro dal vincolo di un patto (in latino, appunto, foedus, "patto, alleanza"). Cioè entità differenti, due o più Stati sovrani, che attraverso un patto cedono una parte di sovranità a un’entità terza: è ’ ciò che è accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti d’America, che sono uno Stato federale, propriamente detto.
Ma in Italia non abbiamo questa situazione, non esistono diversi Stati sovrani da riunire attraverso un foedus. L’Italia è una e il federalismo non ha motivo di esistere.
Cosa diversa è il regionalismo, che è la tendenza a concedere autonomia legislativa e amministrativa alle regioni intese come suddivisione di uno Stato, che pare, invece, più corretto alla luce delle specificità culturali giuridiche e storiche del nostro Paese.
E’ ciò che dal 1970 in poi, lentamente, si sta attuando e che sarebbe auspicabile avvenisse in modo serio e rapido, per rispondere agli effettivi bisogni della vita del paese: le regioni (e gli enti locali) hanno maggiore conoscenza dei problemi dei singoli territori, proprio per la vicinanza anche fisica che li contraddistingue.
Una completa attuazione dei principi regionalisti, permetterebbe di avere un’unità d’Italia più articolata e completa, vicina alle istanze della popolazione e quindi più democratica.
Ora, delle due l’una: o c’è un uso sbagliato delle parole, dovuto a ignoranza; oppure c’è una manipolazione delle parole, rispondente ad un certo programma politico: se lo Stato federale è il patto tra diversi Stati sovrani, lo Stato federale in Italia è attuabile attraverso un duplice processo:
1) Creare entità differenti e indipendenti (mi vengono in mente le tre macro regioni ipotizzate da Gianfranco Miglio, ideologo della Lega);
2) 2) I soggetti indipendenti creati dalla divisione dell’Italia, procederanno con la costituzione di uno Stato Federale.
Insomma un federalismo pensato per dividere, questo sembrerebbe il vero progetto.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, certe polemiche delle ultime settimane appaiono sorprendenti da chi un minuto fa era al Governo del Paese e comunque inquilini da parecchi anni (rectius legislature) in quella Roma che sarà pure ladrona ma anche parecchio ospitale, a giudicare dalle lotte interne al partito per aggiudicarsi questa o quell’altra poltrona.
Insomma, tanti slogan e polveroni sembrano alzati per distrarre dai grossi problemi del partito.
In primis, la spaccatura tra maroniani e bossiani: Maroni, soprattutto nel periodo in cui ha retto il Ministero dell’Interno, ha rafforzato il legame con gli amministratori leghisti degli enti locali; inoltre ha assunto un atteggiamento più istituzionale e dialogante, in discontinuità con certi modi e toni tipici di Bossi (pernacchie comprese). In più il dato anagrafico è dalla sua parte.
Dall’altra, il c.d. cerchio magico (Bossi, Reguzzoni, Mauro, il Trota) più legato agli equilibri di potere in quel di Roma (ladrona?).E ancorato alla leadership di Bossi, che un po’ per mentalità e idee, un po’ per condizioni fisiche, non pare essere, a dirla tutta, in grado di guidare il partito nel futuro.
E Maroni e i maroniani l’hanno capito.
E Maroni e i maroniani l’hanno capito.
Tutte dinamiche da partito romano più che da movimento pragmatico, che dovrebbe rappresentare (a loro dire) le istanze del nord che lavora, partito di lotta, alternativo e di rottura, che si ritrova, invece, nella necessità di ricorrere a slogan demagogici, per ricompattare una base delusa dalle scelte degli ultimi anni, nel corso dei quali, in nome dell’alleanza con il PDL, sono state accettate cose discutibili (basta sentire gli sfoghi a radio padania).
E’ un quadretto un po’ desolante, lontano dai tempi in cui il Senatur urlava ai suoi La Lega c’è l’ha duro: ultimamente un po’ per mancanza d’idee e un po’ per demagogia (più del solito), paiono essere un po’ mosci.