di Un Luigi qualunque
La storia
che in Italia nessuno va in galera è una balla colossale.
Ad oggi i
detenuti nelle patrie galere sono circa 67.444 e il dato è in continua crescita.
Il problema
del sovraffollamento è gravissimo: celle concepite per ospitare due detenuti, utilizzate
per 4/6 persone, con ovvi problemi di spazio e igiene.
Il sovraffollamento
delle strutture rende gravosissimo ed esasperante anche il lavoro del personale
(agenti di custodia, medici) dell’amministrazione penitenziaria: gli
agenti, ad esempio, sono in numero insufficiente per gestire il gran numero di detenuti e i
loro umori causati dalle condizioni di
vita, con gravi problemi di ordine interno, e livelli di stress altissimi. Problemi che lamentano da tempo.
Quindi, un
doppio problema: da una parte, detenuti che alla sanzione della privazione
della libertà personale vedono aggiungersi quella accessoria della perdita
della dignità, poiché costretti a vivere come bestie, nell’ozio più totale
quando non si trovano nelle rare strutture di eccellenza. (Vedi ad esempio Bollate).
Dall’altra, la
Polizia penitenziaria e altro personale a supporto è costretto a turni
massacranti, compiti fuori dalle normali competenze, il tutto per garantire la
vita regolare e dignitosa dei detenuti.
Quello della
situazione carceraria italiana è talvolta considerato un tema secondario:
troppo spesso si considera come dovuto il surplus
di sofferenza inflitta al detenuto e a catena, al personale di servizio: buttare via la chiave è la frase di
rito; ma il recupero di un detenuto è qualcosa che può giovare al sistema
paese: per ciò che viene commesso, è sacrosanta la detenzione quando prevista
dalla legge; ma il recupero sociale è altrettanto fondamentale: che forze
fisiche e intellettuali si perdano perchè non recuperate, è un aspetto negativo, per tutti. Il momento del
carcere come fondamentale retribuzione per il torto causato, deve essere l’occasione
per il recupero di quelle forze che poi potranno essere iniettate nel sistema
paese, per il bene di tutti. Ciò non può accadere in strutture sovraffollate,
dove le attività di base della vita dormire – mangiare – lavarsi è
difficoltosa, figuriamoci se è possibile attivare percorsi di rieducazione
adeguati.
Senza
considerare che la situazione di malessere dei detenuti si riflette anche sul
personale, a sua volta comunque rinchiuso, per le ore del servizio, fianco a
fianco con i detenuti.
È di queste
ore la notizia dell’ennesimo suicidio di
un detenuto, il 36esimo dall’inizio del 2012: tantissimi casi ogni anno, da
qualche tempo anche tra gli agenti della polizia penitenziaria, a contatto con
tali situazioni di stress. Non è accettabile, in uno paese civile e di diritto, che lo
Stato stesso con la sua inerzia agisca quasi come un aguzzino, come quei
criminali che intende perseguire, creando le condizioni che determinano tale
esasperazione e male di vivere, precondizioni di gesti estremi.
La pena è
fondamentale e non è qui messa in dubbio; che il carcere in quanto tale
determini delle reazioni di disagio come qualsiasi condizione di privazione
della libertà personale appare fisiologico; ma non è concepibile che il periodo
di detenzione sia anche un periodo di disumanizzazione, con effetti catastrofici sulla
salute dei detenuti, creando anche effetti criminogeni che inficiano il
percorso rieducativo, con il risultato finale di restituire alla società, a
fine pena, potenziali recidivi: più sicuro ma più difficil mezzo di
prevenire i delitti si è di perfezionare l'educazione scriveva Cesare Beccaria nel suo Dei
Delitti e Delle Pene. Parole sacrosante, ma la cui attuazione richiede impegno e serietà.
Inoltre, il
reinserimento è reso anche complesso per l’ostilità che gli ex detenuti trovano uscendo di carcere, da parte di una collettività non pronta ad accogliere chi ha sbagliato, certamente, ma ha anche
pagato, però.
Insomma la
pena non deve essere una violenza contro un cittadino, che chiaramente ha
commesso degli errori e deve sottoporsi ad una sacrosanta detenzione: ma la sua condanna
riguarda i suoi comportamenti e non la persona in quanto tale, che va sempre tutelata: in un Stato di diritto non esiste la tortura, la
vendetta; la differenza con i criminali deve essere anche culturale: si applica
una sanzione prevista da una legge e non la legge del taglione, perché in
quanto cittadini intendiamo marcare anche una differenza culturale con chi
delinque, con chi fa del male; per le stesse ragioni, si garantisce la dignità di chi ha sbagliato
ed è affidato all’attenzione e alla custodia di strutture pubbliche, allorché
punitive.
Se siamo diversi dai soggetti che intendiamo
perseguire, come Stato - comunità, è il caso non solo di comportarci
diversamente da chi non approviamo, perché mette in atto comportamenti
illegali, ma è necessario anche pensare
diversamente, cominciando a non tollerare o appoggiare comportamenti e
condizioni che sembrano più da aguzzino che da legittimo persecutore.