di Un Luigi qualunque
E’ di queste settimane la notizia che a carico
del Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta il Dottor Roberto
Scarpinato, è stata aperta presso il CSM una pratica per il suo trasferimento d’ufficio
e che la richiesta di apertura della pratica è stata trasmessa dal Comitato di
presidenza del CSM alla Procura generale presso la Corte di Cassazione per
eventuali iniziative disciplinari. Il tutto a seguito di
un suo intervento pubblico, nel corso delle celebrazioni in ricordo della
strage di Via D’Amelio
Il
Procuratore ha richiamato, in una lettera a Paolo Borsellino, le responsabilità
di chi ipocritamente celebrea i magistrati antimafia ma poi, a vario titolo e in vario modo, fa del male, a suo parere, al Paese,
con comportamenti e azioni così diverse da quelle di Paolo Borsellino e altri
uomini che servendo lo Stato hanno posto il loro interesse dopo quello della
collettività.
Ancora una volta il tema della libertà di
espressione torna alla ribalta, in particolare quando a parlare è un
magistrato. E non poco rovente, come al solito, il dibattito che ne è
scaturito; e non pochi colororo che hanno strumentalizzato la questione.
La critica, il dibattito non si è focalizzato
sul merito dell’intervento di Scarpinato, nei confronti del quale ciascuno trae le proprie
riflessioni e conclusioni, la polemica si è focalizzata sull’opportunità o
meno, e per ciò solo, di fare certe considerazioni.
Forse è strano considerare che la libertà di
espressione possa valere per tutti, criminali, nemici, amici... e anche per i
magistrati? essere magistrato contiene un inevitabile rinuncia o limitazione di
certi diritti?
Si dice in questi casi è una ragione di opportunità, il magistrato deve essere imparziale e
sembrare imparziale; certo, ma un magistrato è un cittadino che parla e
pensa come chiunque altro, che ha delle idee e le manifesta con i più diversi
strumenti, come qualsiasi altro cittadino. Cosa diversa sono le idee e
considerazioni espresse nell’esercizio delle proprie funzioni, nell’espletamento
delle quali il magistrato parla per
mezzo degli atti che emette (tipizzati dal codice di rito): è quello lo
strumento con il quale il magistrato comunica nell’esercizio delle sue funzioni
ed è attraverso tali atti che i cittadini verificano l’imparzialità, la chiarezza,
la perizia tecnica e scientifica del magistrato. Come di solito è fatto per
qualsiasi professionista: che il proprio medico di famiglia abbia idee
reazionarie o progressiste poco interessa; ciò che ci si aspetta da lui è che
sia scientificamente preparato e che i suoi atti (prescrizioni, diagnosi, ecc)
siano corrette.
I magistrati come chiunque altro cittadino
hanno diritto di esprimersi come meglio ritengono, ex art. 21 Cost e nei limiti
dei diritti altrui, come accade per chiunque, esponendosi alla critica
nell’ambito della normale dialettica democratica.
L'idea che essere magistrati possa voler
significare avere un po’ meno libertà di espressione (autoimposta o non) francamente
non convince.
La magistratura in quanto tale è assolutamente criticabile, come chiunque e qualsiasi cosa lo è in democrazia: ma la critica, la discussione deve avvenire nel merito delle cose, argomentando i punti di vista; se si riduce a critica "di principio" è poco seria, è poco credibile.
La politica, una certa politica, che come al
solito non si lascia sfuggire l’occasione per critiche e censure, pare ricadere
nella solita cattiva fede: i magistrati sono bravi e ligi al dovere quando si occupano degli altri; diventano pericolosi
e sovversivi quando parlano, si occupano, indagano, riflettono, su (certi)
colletti bianchi.
Nessun commento:
Posta un commento