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mercoledì 15 agosto 2012

L’Articolo 21 della Costituzione vale anche per i magistrati?


di Un Luigi qualunque


E’ di queste settimane la notizia che a carico del Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta il Dottor Roberto Scarpinato, è stata aperta presso il CSM una pratica per il suo trasferimento d’ufficio e che la richiesta di apertura della pratica è stata trasmessa dal Comitato di presidenza del CSM alla Procura generale presso la Corte di Cassazione per eventuali iniziative disciplinari. Il tutto a seguito di un suo intervento pubblico, nel corso delle celebrazioni in ricordo della strage di Via D’Amelio
Il Procuratore ha richiamato, in una lettera a Paolo Borsellino, le responsabilità di chi ipocritamente celebrea i magistrati antimafia ma poi, a vario titolo e in vario modo, fa del male, a suo parere, al Paese, con comportamenti e azioni così diverse da quelle di Paolo Borsellino e altri uomini che servendo lo Stato hanno posto il loro interesse dopo quello della collettività.
Ancora una volta il tema della libertà di espressione torna alla ribalta, in particolare quando a parlare è un magistrato. E non poco rovente, come al solito, il dibattito che ne è scaturito; e non pochi colororo che hanno strumentalizzato la questione.
La critica, il dibattito non si è focalizzato sul merito dell’intervento di Scarpinato, nei confronti  del quale ciascuno trae le proprie riflessioni e conclusioni, la polemica si è focalizzata sull’opportunità o meno, e per ciò solo, di fare certe considerazioni.
Forse è strano considerare che la libertà di espressione possa valere per tutti, criminali, nemici, amici... e anche per i magistrati? essere magistrato contiene un inevitabile rinuncia o limitazione di certi diritti?
Si dice in questi casi è una ragione di opportunità, il magistrato deve essere imparziale e sembrare imparziale; certo, ma un magistrato è un cittadino che parla e pensa come chiunque altro, che ha delle idee e le manifesta con i più diversi strumenti, come qualsiasi altro cittadino. Cosa diversa sono le idee e considerazioni espresse nell’esercizio delle proprie funzioni, nell’espletamento delle quali il magistrato parla per mezzo degli atti che emette (tipizzati dal codice di rito): è quello lo strumento con il quale il magistrato comunica nell’esercizio delle sue funzioni ed è attraverso tali atti che i cittadini verificano l’imparzialità, la chiarezza, la perizia tecnica e scientifica del magistrato. Come di solito è fatto per qualsiasi professionista: che il proprio medico di famiglia abbia idee reazionarie o progressiste poco interessa; ciò che ci si aspetta da lui è che sia scientificamente preparato e che i suoi atti (prescrizioni, diagnosi, ecc) siano corrette.
I magistrati come chiunque altro cittadino hanno diritto di esprimersi come meglio ritengono, ex art. 21 Cost e nei limiti dei diritti altrui, come accade per chiunque, esponendosi alla critica nell’ambito della normale dialettica democratica.
L'idea che essere magistrati possa voler significare avere un po’ meno libertà di espressione (autoimposta o non) francamente non convince.
La magistratura in quanto tale è assolutamente criticabile, come chiunque e qualsiasi cosa lo è in democrazia: ma la critica, la discussione deve avvenire nel merito delle cose, argomentando i punti di vista; se si riduce a critica "di principio" è poco seria, è poco credibile.
La politica, una certa politica, che come al solito non si lascia sfuggire l’occasione per critiche e censure, pare ricadere nella solita cattiva fede: i magistrati sono bravi e ligi al dovere quando si occupano degli altri; diventano pericolosi e sovversivi quando parlano, si occupano, indagano, riflettono, su (certi) colletti bianchi.

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