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giovedì 30 agosto 2012

Dei delitti e delle pene (e delle carceri)



di Un Luigi qualunque

La storia che in Italia nessuno va in galera è una balla colossale.
Ad oggi i detenuti nelle patrie galere sono circa 67.444 e il dato è  in continua crescita.
Il problema del sovraffollamento è gravissimo: celle concepite per ospitare due detenuti, utilizzate per 4/6 persone, con ovvi problemi di spazio e igiene.
Il sovraffollamento delle strutture rende gravosissimo ed esasperante anche il lavoro del personale (agenti di custodia, medici) dell’amministrazione penitenziaria: gli agenti, ad esempio, sono in numero insufficiente per gestire il gran numero di detenuti e i loro umori  causati dalle condizioni di vita, con gravi problemi di ordine interno, e livelli di stress altissimi. Problemi che lamentano da tempo.
Quindi, un doppio problema: da una parte, detenuti che alla sanzione della privazione della libertà personale vedono aggiungersi quella accessoria della perdita della dignità, poiché costretti a vivere come bestie, nell’ozio più totale quando non si trovano nelle rare strutture di eccellenza. (Vedi ad esempio Bollate).
Dall’altra, la Polizia penitenziaria e altro personale a supporto è costretto a turni massacranti, compiti fuori dalle normali competenze, il tutto per garantire la vita regolare e dignitosa dei detenuti.
Quello della situazione carceraria italiana è talvolta considerato un tema secondario: troppo spesso si considera come dovuto il surplus di sofferenza inflitta al detenuto e a catena, al personale di servizio: buttare via la chiave è la frase di rito; ma il recupero di un detenuto è qualcosa che può giovare al sistema paese: per ciò che viene commesso, è sacrosanta la detenzione quando prevista dalla legge; ma il recupero sociale è altrettanto fondamentale: che forze fisiche e intellettuali si perdano perchè non recuperate, è un aspetto negativo, per tutti. Il momento del carcere come fondamentale retribuzione per il torto causato, deve essere l’occasione per il recupero di quelle forze che poi potranno essere iniettate nel sistema paese, per il bene di tutti. Ciò non può accadere in strutture sovraffollate, dove le attività di base della vita dormire – mangiare – lavarsi è difficoltosa, figuriamoci se è possibile attivare percorsi di rieducazione adeguati.
Senza considerare che la situazione di malessere dei detenuti si riflette anche sul personale, a sua volta comunque rinchiuso, per le ore del servizio, fianco a fianco con i detenuti.

È di queste ore la notizia dell’ennesimo suicidio di un detenuto, il 36esimo dall’inizio del 2012: tantissimi casi ogni anno, da qualche tempo anche tra gli agenti della polizia penitenziaria, a contatto con tali situazioni di stress. Non è accettabile, in uno paese civile e di diritto, che lo Stato stesso con la sua inerzia agisca quasi come un aguzzino, come quei criminali che intende perseguire, creando le condizioni che determinano tale esasperazione e male di vivere, precondizioni di gesti estremi.
La pena è fondamentale e non è qui messa in dubbio; che il carcere in quanto tale determini delle reazioni di disagio come qualsiasi condizione di privazione della libertà personale appare fisiologico; ma non è concepibile che il periodo di detenzione sia anche un periodo di disumanizzazione, con effetti catastrofici sulla salute dei detenuti, creando anche effetti criminogeni che inficiano il percorso rieducativo, con il risultato finale di restituire alla società, a fine pena, potenziali recidivi: più sicuro ma più difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l'educazione scriveva Cesare Beccaria nel suo Dei Delitti e Delle Pene. Parole sacrosante, ma la cui attuazione richiede impegno e serietà.
Inoltre, il reinserimento è reso anche complesso per l’ostilità che gli ex detenuti trovano uscendo di carcere, da parte di una collettività non pronta ad accogliere chi ha sbagliato, certamente, ma ha anche pagato, però.
Insomma la pena non deve essere una violenza contro un cittadino, che chiaramente ha commesso degli errori e deve sottoporsi ad una sacrosanta detenzione: ma la sua condanna riguarda i suoi comportamenti e non la persona in quanto tale, che va sempre tutelata: in un Stato di diritto non esiste la tortura, la vendetta; la differenza con i criminali deve essere anche culturale: si applica una sanzione prevista da una legge e non la legge del taglione, perché in quanto cittadini intendiamo marcare anche una differenza culturale con chi delinque, con chi fa del male; per le stesse ragioni, si garantisce la dignità di chi ha sbagliato ed è affidato all’attenzione e alla custodia di strutture pubbliche, allorché punitive.
Se siamo diversi dai soggetti che intendiamo perseguire, come Stato - comunità, è il caso non solo di comportarci diversamente da chi non approviamo, perché mette in atto comportamenti illegali, ma è necessario  anche pensare diversamente, cominciando a non tollerare o appoggiare comportamenti e condizioni che sembrano più da aguzzino che da legittimo persecutore.

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