Parole di Un Luigi qualunque + altri amici: loSchiacciasassi; Lettera22; SymonaP.

domenica 19 febbraio 2012

Ma chi controlla il controllore?


di Lettera 22







Negli ultimi mesi non passa settimana in cui una delle tre agenzie di rating, considerate le più importanti al mondo, non scocchi qualche freccia in direzione dell’Europa, e nello specifico dell’area euro. Che siano nazioni, enti sovranazionali o singole istituzioni finanziarie nessuno è immune dal giudizio di Standard&Poor’s, Fitch e Moody’s, i cui downgrade sono stati tanto numerosi e ravvicinati tra loro da destare una naturale perplessità.
Venerdì 13 gennaio, a mercati chiusi, Standard e Poor’s ha rivisto al ribasso il proprio giudizio sui rating di alcuni stati europei, tra cui la Francia, e l’Italia. Il rating francese passava così da AAA (il giudizio di massima solvibilità) ad AA+. Il merito creditizio italiano passava, invece da A a BBB+, collocando il nostro paese, dunque, nella fascia “medio bassa” della scala di giudizio dell’agenzia americana, allo stesso livello di Perù e Colombia.
Nei giorni successivi anche il rating de l’EFSF (European Financial Stability Facility o Fondo salva-stati) è stato rivisto, passando da AAA ad AA+. Alcune settimane dopo, invece, è stato il turno delle principali banche europee, molte delle quali italiane.
Ma quali sono le motivazioni che stanno alla base di queste decisioni, prese con questi tempi?
E' difficile capirlo. La Francia, che fino ad allora era forte della propria AAA, assieme alla Germania (anch’essa AAA) ha sempre rappresentato (forse in maniera non del tutto corretta) il vero asse politico-economico dell’area euro. Il downgrade della Francia è spiegato in virtù della forte esposizione delle banche Francesi ai titoli di stato greci, il cui rimborso è tuttora in fase di discussione tra i paesi dell’area euro, e dal fatto che tra i paesi a tripla A,  è quella con il rapporto debito pubblico/ PIL più alto. In realtà queste sono motivazioni un po’ “forzate” che non sono parse sufficienti a spiegare tale decisione che, invece, ha lasciato in eredità uno spostamento di equilibri politici a favore della Germania, rimasta unica grande potenza europea con la tripla A e i cui titoli di stato non hanno minimamente risentito della crisi del debito pubblico delll' area euro, anzi si sono imposti come unico bene rifugio in momenti di forti tensioni.
Per l’Italia cercare di capire è ancora più difficile. Dopo che il 9 novembre si era raggiunto l’apice della crisi del debito pubblico (con rendimenti dei titoli di stato che giravano intorno al 7% e con la curva dei rendimenti invertita – segnale molto pericoloso nelle finanze pubbliche) l’intervento di Mario Monti è stato assolutamente apprezzato dai mercati, con lo spread e la curva dei rendimenti che si apprestava a tornare su livelli accettabili. Dopo giorni di lavoro intensi, dopo i primi decreti legge votati dal Parlamento, nei mercati si è cominciato a vedere i primi veri segnali che nel nostro paese qualcosa era cambiato; in quegli stessi mercati che hanno fatto fare un passo indietro al governo precedente. Proprio quando s’intravedeva uno spiraglio di luce, le agenzie di rating hanno espresso il loro giudizio con un tempismo alquanto discutibile.
Anche il giudizio sull’EFSF,  l'ente sovranazionale che dovrebbe eventualmente aiutare stati in difficoltà, lascia più d’una perplessità, così come quello sulle banche che nelle ultime settimane stanno vedendo migliorare tutti i loro indicatori di stabilità.
Ma qual è il valore che hanno questi giudizi? In passato era molto forte, oserei dire quasi insindacabile. La qualità di un titolo, o meglio, di una società (o di una nazione) era rappresentato dal suo rating. In seguito alla crisi del 2008 il peso specifico delle agenzie di rating nel mondo economico è sensibilmente cambiato. Ad esempio, dopo il downgrade i rendimenti dei titoli di stato italiani si sono mossi, ma non sono mai più tornati ai livelli dei mesi precedenti. La risposta dei mercati è stata forte:  gli investitori che detenevano titoli di stato italiani, all’indomani del nuovo giudizio di Standard & Poor’s non si sono affrettati a disfarsene preoccupati dalla capacità dello stato italiano di rimborsare i propri debiti. Dei movimenti un po’ più ampi ci sono stati, invece, per i titoli francesi, che fino ad allora non avevano conosciuto tensioni particolari.
Una risposta, tutto sommato, non eccessiva, da parte dei mercati a questi downgrade è spiegata dalla storia delle agenzie di rating stesse:
- luglio 2008, il rating di Lehman Brothers era A; il 15 settembre Lehman Brothers dichiara il fallimento
- novembre 2001, S&P conferma la BBB per Enron, il 3 dicembre 2001 Enron dichiara il fallimento
- Parmalat fino ad una settimana prima della bancarotta (24 dicembre 2003) era BBB
- febbraio 2008, S&P conferma la tripla A a Fannie Mac; settembre 2008 il governo degli Stati Uniti compie la più grande opera di finanziamento della storia degli U.S.A. salvando Fannie Mac e Freddie Mac.
È proprio in seguito al 2008 che le agenzie di rating sembrano aver cambiato il loro modo di operare. In seguito alle dure critiche ricevute in virtù di giudizi rivelatisi palesemente errati, le agenzie di rating sembrano esser diventate improvvisamente severe, forse un po’ troppo, a volte – sembra – quasi a voler “mettere le mani avanti” e crearsi in un certo senso un alibi, per evitare, di nuovo, accuse da tutto il mondo economico di non essere in grado di giudicare efficacemente il merito creditizio di società/stati, insomma, di non saper fare il proprio lavoro.
Ma se è vero che i mercati in questo caso si sono dimostrati razionali ed hanno dato il giusto peso a questi downgrade, resta il fatto che le agenzie di rating sono universalmente riconosciute come degli attori importanti nell’universo economico. Basti pensare il fatto che in quasi tutti i contratti relativi al mondo degli investimenti vengono indicati valori minimi di rating, identificando nel rating stesso un giudizio di qualità. Il lavoro di chi assegna i rating, dunque, non può assoggettarsi alle logiche del “intanto io metto le mani avanti…. Nessuno potrà mai dirmi che "non avevo percepito il rischio di quella società”, perché in virtù di quel giudizio si creano conseguenze su tutto il mondo economico. In fondo, il lavoro delle agenzie di rating non si riduce a dare un voto, essendo più o meno cattivo, Dovrebbe, invece, essere il lavoro di chi cerca di capire, studiare, analizzare il merito creditizio di un qualsiasi debitore e sintetizzarlo in un giudizio.
Un giudizio che ha un certo peso, capace di generare panico o fiducia, di muovere il sentimento dei mercati e di avere conseguenze anche pericolose.
Quindi delle due l’una: o le agenzie di rating approcciano il loro lavoro con un’impostazione mentale diversa, dedita maggiormente ad una corretta analisi dei fondamentali ed a giudizi trasparenti e coerenti, o va rivisto in toto la loro natura e la loro ragion d’essere all’interno del sistema economico-finanziario. 
I mercati, in parte, hanno già risposto.

mercoledì 15 febbraio 2012

Gianni, Gianni, Gianni sosteneva tesi e illusioni

di Un Luigi qualunque


Nelle ultime settimane la Città eterna e il suo sindaco sono stati il principale argomento di discussione, per diverse questioni.
Cominciamo dalla fine.
Ieri il Presidente del Consiglio ha annunciato il no del Governo alla candidatura di Roma per i giochi Olimpici del 2020. La decisione appare saggia in un momento in cui sono stati chiesti sacrifici enormi al Paese, per fronteggiare la grave crisi economica che sta coinvolgendo tutta l’Europa. Appare, a mio avviso, sorprendente la reazione del sindaco di Roma, che avrebbe potuto preventivamente fare le medesime valutazioni del Governo. 
Sarebbe stata una contraddizione chiedere sacrifici di svariati miliardi di euro, per poi impegnarsi in spese di grande entità per la realizzazione e/o ammodernamento degli impianti sportivi e delle infrastrutture necessarie allo svolgimento dei giochi, che sono sicuramente d’interesse,ma certamente non voci di spesa prioritarie in questo momento, ancora di più per un Paese con un forte debito come il nostro.
Guardando alle ultime tre edizioni, di olimpico c’è sicuramente il costo, per non parlare dell’eredità preoccupante: strutture progettate per ospitare migliaia di persone che risultano inutili e talvolta inutilizzate per le attività sportive routinarie, a fine giochi; i costi di gestione degli impianti sono un peso troppo grande per gli enti che devono farsene carico successivamente.
Per non parlare dei costi di realizzazione in se, già esorbitanti, che finiscono, di solito, per triplicare a fine lavori.
Per i giochi di Atene 2004 furono stimati 4 miliardi e mezzo di euro: costo finale circa 9 miliardi, con un impatto fortissimo sul Bilancio dello Stato, che ha dato il la alla fase discendente del Paese, culminata in questi giorni. Gli enti pubblici cinesi si sono indebitati con le banche per coprire i costi per Pechino 2008, per circa 40 miliardi di euro, con mutui decennali. Per i giochi olimpici di Londra 2012 sono stati preventivati poco più di 2 miliardi di euro, ma da recenti stima questa somma risulta triplicata.
Insomma, fondi enormi, non meglio precisati, che aumentano anno dopo anno; costruzione di opere pubbliche che spesso restano incomplete o inutilizzabili alla fine dei giochi. Basti pensare alle opere incompiute che ci sono da Italia 90' e in epoca più recente, le strutture costruite per Torino 2006, parte delle quali risultano abbandonate o mal gestite.
Nel contesto attuale del Paese, e nella situazione generale dell’Europa, un’eventuale assegnazione dei giochi a Roma pareva essere fuori luogo, nonché la solita occasione per i soliti noti re del cemento, per ulteriori arricchimenti, a danno delle finanze pubbliche e della salute dei cittadini, che già normalmente devono subire colate di cemento in una città già di per sé ipertrofica.
Appare, quindi, sorprendente la reazione del sindaco di Roma, che avrebbe potuto preventivamente fare le medesime valutazioni del Governo. Invece no, la candidatura è stata sostenuta nonostante le condizioni generali non lo consentissero, sull’onda dell’illusione di creare dei posti di lavoro fantasma, senza tener conto dell’enorme debito che si sarebbe creato, a carico di figli e nipoti.

Il sindaco Alemanno è stato nell’occhio del ciclone anche per la gestione discutibile dell’emergenza causata dalle due nevicate romane dei giorni scorsi. Una città completamente impreparata, nonostante le recenti tecnologie consentano di conoscere con anticipo, orientativamente, le previsioni meteo. Chiunque possegga uno smartphone ha potuto sapere alcuni giorni prima, tramite le comuni applicazioni dedicate, che ci sarebbe stata una nevicata sulla città; probabilmente il Sindaco non ne possiede uno.
Così in piena emergenza abbiamo assistito allo spettacolo penoso di un primo cittadino, che facendo il giro di tutte le principali emittenti televisive, ha passato gran parte del tempo a urlare a destra e sinistra il mal funzionamento della Protezione Civile, del suo servizio meteo e del suo Capo, rilevando i disservizi di un’istituzione a suo dire diventata ufficio passa carte a seguito della Legge 10 del 2011.
Non entro nel  merito dell’assetto e del funzionamento del Dipartimento della Protezione Civile, ne’ nel merito del provvedimento citato; faccio notare solamente che quella legge è stata approvata con i voti della maggioranza di centro destra, della quale faceva (e fa) parte Alemanno.
Resteranno dei giorni della nevicata, gli scorci di Roma imbiancata e le fotografie di Alemanno, immortalato accanto a del sale (da cucina!); o ancora, durante le operazioni di pulizia di un marciapiede, nel corso delle quali il sindaco spalava la neve dal marciapiede alla strada!
Ancora risuonano dichiarazioni stupefacenti, del tipo gli alberi romani non essendo abituati alla neve, cadono più facilmente, come se la caduta degli alberi fosse un problema di abitudine, piuttosto che di corretta potatura e cura.
Tutto questo teatrino si è svolto mentre una città di quasi 3 milioni di abitanti era in balia di se stessa, senza alcun mezzo pubblico in servizio, con strade e marciapiedi impraticabili, soprattutto in periferia. Si, proprio quelle periferie che erano state al centro della campagna elettorale di Gianni Alemanno, che sul tema del recupero di quelle aree della città si era molto speso, così come sul tema della sicurezza su tutta l’area comunale: si ricorda l’enfasi nel polemizzare con l’allora amministrazione di centrosinistra, colpevole di essere attenta solo ai salotti, alla cura del centro città a discapito della periferia, con l’aggravante di un atteggiamento troppo morbido nei confronti delle comunità d’immigrati, considerate un serbatoio d’illegalità.
E da lì le accuse per l’insicurezza diffusa in tutta Roma, percepita anche per l’incremento degli omicidi, ricondotto indirettamente alla mala gestione della Giunta di centrosinistra; Il culmine si ebbe con l’omicidio di Giovanna Reggiani, che fece cominciare una spirale interminabile di polemiche, strumentalizzando un fatto tragico e doloroso per campagne politiche.
Lo stesso sindaco Alemanno oggi amministra una città insanguinata da 30 omicidi nei primi due mesi dell’anno, e si ritrova ad invocare la collaborazione di tutti per combattere lì fenomeno, riscontrando (giustamente, ma perché non prima?) che il controllo del territorio e le politiche di sicurezza cittadini sono solo in parte riconducibili all’amministrazione comunale. Oggi invoca la collaborazione di tutti, dimenticando quando, dall’opposizione, non risparmiava attacchi demagogici.

Ultimo aspetto, non meno importante, è ciò che sta accadendo con la costruzione dei nuovi tratti della metropolitana romana: attraverso lo strumento del project financing, si stanno reperendo fondi da privati per il completamento delle linee sotterranee.
In cambio dei fondi, i privati riceveranno in concessione, per alcuni decenni, la gestione del servizio di trasporto metropolitano (e dei conseguenti introiti) nonché metri cubi e terreni da edificare, in un’area urbana già densamente abitata. Il tutto in cambio di pochi km di metropolitana.
Non è un po’ troppo?
Ora mi si dirà che è facile scrivere critiche, stando seduti comodamente in poltrona, senza dover affrontare i problemi e le difficoltà dell’amministrare una città di 3 milioni.
Amministrare una città come Roma è cosa complessa, lo so bene; lo so così bene che non mi sognerei mai di candidarmi come Sindaco: critico la gestione attuale ma io non saprei fare di meglio. Lo so bene.Ne ho piena consapevolezza, e, infatti, non mi candido a fare li sindaco di Roma.
Chi invece decide di candidarsi alla gestione della cosa pubblica, si espone inevitabilmente al giudizio altrui; bisogna averne piena consapevolezza, proprio perché si amministra una cosa non (solo) propria. Da questo deve derivare la necessità di un’autovalutazione di chi si dedica alla vita politica, per avere consapevolezza della propria capacità o incapacità nell’amministrare, e fare derivare da ciò le giuste (necessarie) conseguenze.

giovedì 26 gennaio 2012

La Lega Nord (non) ce l'ha duro

di Un Luigi qualunque



Dall’insediamento dell’esecutivo guidato da Mario Monti, la Lega nord sembra essersi ringalluzzita: raduni in piazza, manifestazioni, cortei, scenate in Parlamento; insomma La Lega di lotta, quella dei bei tempi. Per l’occasione, sono state rispolverate le parole d’ordine delle origini: secessione e Roma ladrona.
La questione dell’indipendenza dell’Italia settentrionale è affrontata, in base al periodo, in modo differente: quando erano in maggioranza, si parlava più cautamente di Federalismo da raggiungere attraverso un processo di riforme, modificando l’assetto dello Stato in tal senso.
Ora che sono tornati un partito di lotta, hanno rispolverato la Secessione, come fine da raggiungere a tutti i costi (ricordate i fucili dei padani, pronti per essere imbracciati, evocati dal Senatùr?)
Insomma il sospetto viene: che la prima idea, quella “moderata” fosse solo simbolica, per celare ben altre intenzioni. Il dubbio è rafforzato dai termini usati, e dalla manipolazione delle parole: Federalismo è la condizione di un insieme di entità autonome, legate però tra loro dal vincolo di un patto (in latino, appunto, foedus, "patto, alleanza"). Cioè entità differenti, due o più Stati sovrani, che attraverso un patto cedono una parte di sovranità a un’entità terza: è ’ ciò che è accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti d’America, che sono uno Stato federale, propriamente detto.
Ma in Italia non abbiamo questa situazione, non esistono diversi Stati sovrani da riunire attraverso un foedus. L’Italia è una e il federalismo non ha motivo di esistere.
Cosa diversa è il regionalismo, che è la tendenza a concedere autonomia legislativa e amministrativa alle regioni intese come suddivisione di uno Stato, che pare, invece,  più corretto alla luce delle specificità culturali  giuridiche e storiche del nostro Paese.
E’ ciò che dal 1970 in poi, lentamente, si sta attuando e che sarebbe auspicabile avvenisse in modo serio e rapido, per rispondere agli effettivi bisogni della vita del paese: le regioni (e gli enti locali) hanno maggiore conoscenza dei problemi dei singoli territori, proprio per la vicinanza anche fisica che li contraddistingue.
Una completa attuazione dei principi regionalisti, permetterebbe di avere un’unità d’Italia più articolata e completa, vicina alle istanze della popolazione e quindi più democratica.
Ora, delle due l’una: o c’è un uso sbagliato delle parole, dovuto a ignoranza; oppure c’è una manipolazione delle parole, rispondente ad un certo programma politico: se lo Stato federale è il patto tra diversi Stati sovrani, lo Stato federale in Italia è attuabile attraverso un duplice processo:
1)    Creare entità differenti e indipendenti (mi vengono  in mente le tre macro regioni ipotizzate da Gianfranco Miglio, ideologo della Lega);
2)    2) I soggetti indipendenti creati dalla divisione dell’Italia, procederanno con la costituzione di uno Stato Federale.
Insomma un federalismo pensato per dividere, questo sembrerebbe il vero progetto.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, certe polemiche delle ultime settimane appaiono sorprendenti da chi un minuto fa era al Governo del Paese e comunque inquilini da parecchi anni (rectius legislature) in quella Roma che sarà pure ladrona ma anche parecchio ospitale, a giudicare dalle lotte interne al partito per aggiudicarsi questa o quell’altra poltrona.
Insomma, tanti slogan e polveroni sembrano alzati per distrarre dai grossi problemi del partito.
In primis, la spaccatura tra maroniani e bossiani: Maroni, soprattutto nel periodo in cui ha retto il Ministero dell’Interno, ha rafforzato il legame con gli amministratori leghisti degli enti locali; inoltre ha assunto un atteggiamento più istituzionale e dialogante, in discontinuità con certi modi e toni tipici di Bossi (pernacchie comprese). In più il dato anagrafico è dalla sua parte.
Dall’altra, il c.d. cerchio magico (Bossi, Reguzzoni, Mauro, il Trota) più legato agli equilibri di potere in quel di Roma (ladrona?).E ancorato alla leadership di Bossi, che un po’ per mentalità e idee, un po’ per condizioni fisiche, non pare essere, a dirla tutta, in grado di guidare il partito nel futuro.
E Maroni e i maroniani l’hanno capito.
Tutte dinamiche da partito romano più che da movimento pragmatico, che dovrebbe rappresentare (a loro dire) le istanze del nord che lavora, partito di lotta, alternativo e di rottura, che si ritrova, invece, nella necessità di ricorrere a slogan demagogici, per ricompattare una base delusa dalle scelte degli ultimi anni, nel corso dei quali, in nome dell’alleanza con il PDL, sono state accettate cose discutibili (basta sentire gli sfoghi a radio padania).
E’ un quadretto un po’ desolante, lontano dai tempi in cui il Senatur urlava ai suoi La Lega c’è l’ha duro: ultimamente un po’ per mancanza d’idee e un po’ per demagogia (più del solito), paiono essere un po’ mosci.

venerdì 20 gennaio 2012

Su auditel e demagogia, c'è massima Concordia

di Un Luigi qualunque

La vicenda del disastro della nave Concordia è stata l’occasione, ancora una volta, per imbastire una serie di trasmissioni televisive dai contenuti discutibili.
 Ore e ore dedicate all’approfondimento di una vicenda tragica: è giusto cercare di capire la dinamica dei fatti, fornendo anche un servizio informativo ai cittadini ma come di consueto la deriva è dietro l’angolo: la ricerca del particolare macabro, del sangue, del dettaglio sensazionale.
Interviste ai parenti delle vittime o dei dispersi, con domande patetiche e imbarazzanti.
Si dice è quello che la gente vuole sapere; sono le trasmissioni che piacciono ai telespettatori; queste trasmissioni hanno un grande seguito. Luciano De Crescenzo una volta ha scritto: “L'Auditel rappresenta la stupidità media di una nazione e la tv, per andare al gusto delle masse abbassa il proprio gusto, fino a farlo coincidere con quello della maggioranza”
Quindi, in nome della stupidità, ci vengono propinate ore di trasmissioni che scavano nell’orrore. Il sangue è ciò che ci attira? Sembra che in duemila anni di storia non si cambiato nulla: un tempo ci si recava in anfiteatro, luogo di giochi e combattimenti, spinti dalla voglia  di vedere un po’ di spettacolo che spesso e volentieri sfociava in violenza; si aspettava con ansia che una bestia divorasse un gladiatore, o che gli sventurati di turno si trucidassero tra di loro.
Oggi sono cambiate le modalità ma il senso profondo è lo stesso: non è più necessario recarsi in un luogo polveroso e fare la fila: nel nostro tempo, nei paesi civili, si sta comodamente seduti sul divano di casa, e attraverso la televisione c’è modo di gustarsi particolari macabri, scavare nella psiche dell’assassino, osservare la ricostruzione computerizzata o plastica del luogo del fatto, scoprire la direzione degli schizzi di sangue.

Un altro aspetto, tornando alla situazione specifica del naufragio, è che da più parti sono arrivate reazioni scomposte e indignate per la decisione di prevedere la misura cautelare degli arresti domiciliari per il comandante della nave, in luogo della custodia in carcere, chiesta dal Procuratore della Repubblica.
E’ sorprendente soprattutto lo sconcerto di chi, solo pochi giorni fa, professandosi garantista, qualificava come esagerata ed indecente la richiesta di misura cautelare per il Deputato Nicola Cosentino, considerandola un’ingiusta anticipazione della pena.
Non è questo il luogo per una approfondimento tecnico sulla natura delle misure cautelari, semplicemente faccio osservare che i casi in cui queste si applicano e in che misura, sono aspetti previsti dalla legge, quindi già questo quanto meno dovrebbe essere una garanzia e non un’ indecenza; inoltre,  è importante ricordare che  le misure cautelari e la pena inflitta con condanna definitiva sono comminate in base a presupposti differenti, e per finalità diverse.
Detto ciò, dalle argomentazioni espresse nell’ordinanza del GIP di Grosseto e dei relativi articoli del c.p.p. (art. 273 e 274 c.p.p.) la scelta della custodia domiciliare appare, a mio parere, tecnicamente corretta.
Chiaramente il Procuratore della Repubblica di Grosseto (senza alcun dubbio, giurista più colto di me)  , avrà modo di contestare la scelta, attraverso i previsti strumenti  giurisdizionali, non certo con opinioni estemporanee e demagogiche, ma con puntuali argomentazioni fattuali e giuridiche.
Insomma, pare essere una polemica sterile e demagogica, sembra essere il solito cavalcare l'emozione e l'ennesima occasione per giudicare il lavoro della magistratura non attraverso i suoi atti (e la critica e controllo su questi è sacrosanta, nonchè prevista dalla legge) ma semplificando, ed  in base a elementi parziali, non conoscendo le carte e  strumentalizzando i sentimenti di chi è coinvolto nella vicenda.
Per concludere, questa vicenda è ancora una volta l’occasione per mostrare le storture prodotte da certe trasmissioni televisive che inseguendo  l’auditel, perdono di vista il pudore e il  rispetto per i sentimenti delle persone coinvolte, cavalcando i fatti di cronaca, diluendoli all’infinto, quando per la stessa natura del fatto, l'esigenza informativa sarebbe ormai conclusa o limitata solo ad alcuni elementi. 
Ma è in quel momento, quando non ci sarebbe altro da dire, che si percorrono le vie dello pseudo approfondimento e della sedicente informazioni, con ore di dibattiti sterili.
Non secondario aspetto che inoltre emerge è la percezione assolutamente schizofrenica  che qualcuno ha dell’ordinamento giuridico e in particolare dell'azione della magistratura,che a seconda dei casi, è considerata persecutoria quando si occupa dei nostri amici, e blanda quando si occupa degli altri.

giovedì 19 gennaio 2012

Chi non è l'eroe

di loSchiacciasassi


Italia, 18.01.2012

Ho ascoltato il commento di Francesco Merlo su Repubblica online, "De Falco, troppo facile chiamarlo eroe", in cui sostanzialmente il giornalista di Repubblica dice che è troppo facile chiamare eroe il comandante De Falco perché lui era semplicemente in una sala di comando a Livorno, lontano chiilometri dal luogo dell'incidente, e non si sa se invece fosse stato lì, sulla nave Concordia che stava affondando, come si sarebbe comportato.
Premesso che che personalmente ritengo il comportamento di De Falco assolutamente normale, nel senso proprio del termine, cioè nella norma, e quindi proprio per questo eroico (perché i veri eroi italiani, i.e. Giorgio Ambrosoli, sono le persone normali), io non so chi sono gli eroi.
So chi non sono gli eroi.
Non sono eroi quelli come Merlo. Io non capisco per quale scopo, per quale valido motivo informativo, per quali finalità, un giornalista debba fare un commento che essenzialmente si basa solo sul "SE". Un commento basato sulla messa in campo di dubbi su come definiremmo De Falco se fosse stato lui sulla Concordia.
Io mi ricordo i vecchi detti, espressivi della saggezza popolare: "se avevo le ruote ero un carretto", oppure "se avevo quindici palle ero un biliardo", che ci dicono che è inutuile pensare con i se o con i ma.
Penso quindi che si dovrebbero commentare soltanto i fatti, non le ipotesi, non avanzare scenari sospettosi, che sono un primo passo, diffamatorio, verso la dietrologia.
A commentare semplicemente i fatti, senza definire nessuno eroe o omuncolo, c'è solo da dire che c'è stato un Comandante che ha fatto il suo dovere ed un altro Comandante che non lo ha fatto.

C'è da aggiungere inoltre che l'ipotesi che avanza Merlo non è nemmeno proponibile a livello logico, perché Merlo si domanda cosa avrebbe fatto De Falco in caso di naufragio se De Falco fosse stato sulla Concordia, ma, prima ancora del naufragio, Merlo mi deve allora dimostrare che la Concordia con De Falco a bordo sarebbe ugualmente finita sugli scogli. Io ad occhio direi di no.
Ma io, sempre ad occhio, prima ancora, direi proprio che De Falco non ci sarebbe proprio potuto essere sulla Concordia, perché ogni Armatore si sceglie i comandanti suoi. Ma qui sto iniziando a fare le ipotesi anch'io; sì, lo so, io non sono un eroe.

domenica 8 gennaio 2012

Miopi o ingenui?

di Lettera 22



Nei giorni immediatamente successivi alla sua nomina come capo del nuovo esecutivo Mario Monti godeva di un’ampia popolarità presso il popolo italiano, solo seconda al Presidente della Repubblica Napolitano. Ad oggi, probabilmente, l’entusiasmo nei confronti del nuovo primo ministro è venuto meno in numerosi italiani. La miopia del popolo probabilmente lasciava immaginare che, con un colpo di magia il Professore sarebbe riuscito nell’ardua impresa di far quadrare i conti dello Stato senza mettere le mani nelle tasche degli italiani. Ahimè negli ultimi anni ci è stato insegnato che credere alle favole è uno sforzo inutile quanto dannoso. Tutti gli italiani erano illuminati: il Professor Mario Monti avrebbe dovuto fare solo due cose, da un lato aumentare le entrate, in tempi rapidissimi per evitare dissesti finanziari, e dall’altro dare nuova linfa alla crescita economica del nostro paese, pressoché ferma negli ultimi 20 anni. Gli stessi italiani erano tutti d’accordo riguardo questa semplice analisi, fino a che non si sono resi conto che sarebbero stati chiamati in prima persona ad “aumentare le entrate” e che nessuna entità astratta sarebbe intercessa per loro.
Ed è proprio in questo momento che la pochezza del popolo si è fatta sempre più acuta, con rimpianti sempre più crescenti verso quella classe politica che ci ha portato con delle azioni poco lungimiranti e sempre più populiste a questa situazione di estrema crisi.
La maggior parte delle persone non accetta un aggravio dell’imposizione fiscale, corretto. Non ho mai sentito, altresì, nessuno lamentarsi per l’ammontare del nostro debito pubblico (il terzo al mondo, circa 2.000 miliardi di euro) e nessuno si è mai più di tanto preoccupato del costo dello stesso, fino a che nei giornali si è cominciato a parlare, quasi abusandone, di spread. Da mesi il nostro spread si è posizionato ben al di sopra di livelli economicamente sostenibili, oscillando prima nell’area 300 punti base, ed affermandosi nelle ultime settimane intorno a 500 punti base. L’aumento dello stesso, peraltro, era divenuto molto pericoloso ed incontrollabile in tempi brevi, tant’è che lo stesso ex premier Berlusconi, che durante questi anni non era mai stato scalfito da i suoi processi o dalle storie di gossip che lo riguardavano, si è velocemente fatto da parte di fronte ad una sfiducia arrivata prima ancora dai mercati che dal parlamento eletto dal popolo italiano. Pochissimi immagino abbiano pensato che lo Stato rifinanzi continuamente il proprio debito pubblico, attraverso nuove emissioni che vengono collocate sul mercato oggi a rendimenti insostenibili. E pochissimi immagino possano aver pensato a che livelli sarebbe potuto arrivare il costo che lo Stato italiano sarebbe stato chiamato a sostenere per poter collocare il proprio debito. E qualcuno si è mai chiesto chi sarà a chiamato a pagare il 6 o il 7/% sulle nuove emissioni del Tesoro? O chi sarebbe stato chiamato a pagare tassi ancora più alti se lo spread fosse continuato a salire? Lo Stato mi si dirà. D’accordo, qualcuno di voi conosce il signor “Marco lo Stato”, o “Filippo lo Stato”? No , lo Stato non esiste come un’entità astratta, lo Stato siamo noi, siamo noi cittadini, che siamo stati in passato e saremmo stati, comunque, chiamati a pagare, chissà ancora per quanto, magari in maniera silenziosa ed inconsapevole. Il governo eletto dal popolo probabilmente non avrebbe preso delle scelte che sarebbero andate ad intaccare in maniera così diretta le tasche dei cittadini, ma saremmo stati chiamati a pagare ugualmente, per onorare gli interessi del nostro debito pubblico. Ed allora, se permettete, mi piace esser coerente ed accettare che il governo abbia fatto una prima parte del suo lavoro ed ora aspettare con ansia e curiosità la cosiddetta fase due: ovvero quel pacchetto di riforme che dovrebbero aiutare il nostro paese a tornare a crescere: liberalizzazioni, riforma delle pensioni, riforma del lavoro. Da italiano ,e da giovane italiano, sono contento, quasi sollevato, nel sapere che sul tavolo del mio governo non si parla più di intercettazioni e di leggi ad personam, ma di riforma del lavoro, di liberalizzazioni e di riforma del welfare. Certo, su molti di questi temi c’è da combattere l’ostruzionismo e la cecità dei sindacati, ma questa è un’altra storia….

mercoledì 4 gennaio 2012

Tutt'al più muoio

di Un Luigi qualunque




Nella notte tra il 31.12.1999 e lo 01.01.2000, ci dissero, doveva finire il mondo, a seguito del blocco totale dei computer; ciò avrebbe dovuto provocare un collasso a catena dei più svariati sistemi elettronici, causando una catastrofe globale.
Nulla è accaduto
Il 21.12.2012 secondo una previsione Maya scomparirà la vita sulla Terra.
Questi sono solo due esempi (primo e ultimo) di previsioni super mega iper catastrofiche che di tanto in tanto sedicenti maghi, gran maestri, pseudo chiese, sette, popoli antichi, ci propinano. La nostra fine è scritta e di tanto in tanto salta fuori una nuova data.
Perché così è scritto nel nostro destino, così è già stato deciso. Ma dove è scritto? Ma cosa? Ma com’è possibile accettare tali cose, dal momento che, il destino non esiste? Non può esserci scritta alcuna data, alcuna fine è già segnata, predestinata, preventivamente decisa; semplicemente perché nulla di scritto esiste. Non esiste alcun destino, nell’accezione di disegno già scritto di ciò che dovrà accadere. Ciò è inaccettabile, qualunque sia la nostra fede o filosofia di vita, Ciò è contrario allo stesso significato di essere umano: chi non ha fede ritiene che tutto sia in mano agli uomini, che la ragione sia il motore e la causa di ciò che ci accade; all’incirca hanno le medesime idee (o almeno dovrebbero) gli uomini di fede, pur partendo da premesse diverse: Dio ci ha donato l’intelletto e il libero arbitrio per autodeterminarci e decidere della nostra vita, al punto estremo di poter compiere azioni contrarie alla Sua stessa volontà e al Suo stesso dettato, tale e tanta è la liberta di scelta della quale godiamo. Quindi credere nel destino, così come comunemente inteso, è contrario alla stessa natura umana, qualunque sì la nostra fede o filosofia, è un’offesa alla nostra intelligenza (che ci sia stata data per natura o da Dio).
E’ un grande malinteso ed è solo una questione di nomenclatura.
Comunemente chiamiamo destino ciò che in sostanza sono le conseguenze non calcolate delle nostre scelte e le conseguenze delle scelte altrui che producono inaspettate conseguenze nella nostra vita: tutto ciò è comunemente chiamato destino; generalmente si opera la semplicistica operazione di considerare come qualcosa d’inevitabile un certo accadimento, per il solo fatto di non averlo considerato e/o calcolato prima del suo verificarsi; ma è semplicemente frutto di una scelta operata da qualcuno o da noi stessi, il cui risultato non si era prospettato preventivamente e inequivocabilmente: ciò fa si che si classifichi come “azione di un disegno superiore, azione scritta nel destino”.
Niente è predestinato, niente è già scritto. La questione del destino è una candida, e comoda, giustificazione che la nostra mente ha creato (e crea quotidianamente) per placare il sentimento di sconforto derivante dall’affrontare situazioni non previste e/o sgradevoli.: l'espressione “ma era destino che accadesse” è un meccanismo di difesa del nostro cervello, che non sopporta il verificarsi di azioni “inaspettate”, che ci piace, quindi, imputare a forze esterne agli esseri umani.  Il Destino, quindi, nell'accezione di disegno immodificabile e inevitabile, è una costruzione mentale, questo perché tutto ciò che succedere è una conseguenza di scelte personali dei singoli che vivono e interagiscono con altri esseri.
Ovviamente, il fatto che questo pianeta è abitato da miliardi di persone, fa si che le combinazioni delle scelte dei singoli individui siano innumerevoli, dando vita a situazioni complesse apparentemente inspiegabili; ciò accade solo perché le scelte in ballo sono numerosissime ed è più semplice e veloce immaginare che qualcosa sia accaduto a causa di un disegno misterioso, piuttosto che considerare che sia il frutto di migliaia di scelte combinate tra loro, il cui risultato finale, che incide nella nostra vita, sia il frutto di questa complessa rete di scelte.
Ad esempio, l’incontrare qualcuno in un luogo, dopo molto tempo, è la conseguenza delle innumerevoli scelte dei minuti precedenti, come prendere una certa direzione, utilizzare come mezzo di trasporto il bus o l’auto; è conseguenza del traffico, che incide sui tempi di percorrenza, e la cui maggiore o minore intensità è frutto della scelta dei singoli automobilisti di muoversi ad una determinata ora e di scegliere una determinata strada.
Insomma una banale situazione, quale l'incontro casuale, mostra, se analizzata, al suo interno un gran numero di elementi frutto di scelte, che hanno creato il presupposto dell’incontro “fortuito” dei due conoscenti.
E così per qualsiasi accadimento umano.
Certo la natura con i suoi fenomeni può parzialmente influire su alcune dinamiche umane, ma ciò dipenderà dal modo in cui l’uomo con le sue scelte, deciderà di influire su fenomeni che accadono da milioni di anni: pensiamo al fiume che straripa e inonda una cittadina, distruggendo strade e case. Questo fenomeno non sarà imputabile al destino o peggio, alla malvagità della natura, ma più correttamente alla scelta dell’uomo di costruire vicino al letto dei fiumi o sotto il loro livello, in deroga alle comuni regole di buon senso, ai principi dell'ingegneria o della geologia; o ancora, sarà conseguenze della scelta di non procedere alla corretta e periodica manutenzione del letto dei fiumi che scorrono in prossimità di abitazioni.
Cosa lievemente  diversa è ciò che chiamiamo fato ( o caso):  il caso attiene all'imperfezione del nostro agire; quando riusciamo a raggiungere il risultato sperato anche a seguito di un'azione imperfetta ne siamo così sorpresi che siamo soliti pensare che il caso o fato o quello che è, ci ha messo lo zampino per farla riuscire, semplicemente ci è andata bene, anche con l'imperfezione si è riusciti.
Insomma, ritengo che qualora esistesse veramente una previsione Maya circa la fine del mondo, questa sia del tutto inattendibile, così com’è stato per le previsioni catastrofiche degli ultimi dodici anni; non ci sarà alcuna fine del mondo, quanto meno non ci sarà se non lo decideremo noi, mettendoci d’impegno a distruggerci a vicenda ma questa eventualità è imprevedibile, sarà il frutto di scelte (scellerate) del momento e non certo realizzazione di una previsione o di un piano del destino, scritti da secoli. Per dirla con una frase ad effetto, il destino fa fuoco con la legna che c'è (A. Baricco); è tutto nelle nostre mani, il fuoco che ne scaturirà, sarà conseguenza della legna che avremo scelto.
Magari mi sbaglio e invece il 21.12.2012 si va all’altro mondo; e pazienza, se succede, tutt’al più muoio.
Amen