Parole di Un Luigi qualunque + altri amici: loSchiacciasassi; Lettera22; SymonaP.

domenica 18 marzo 2012

Non è solo un mercoledì

di SymonaP.


E allora apri un giornale, un quotidiano qualsiasi e nella migliore delle ipotesi le prime notizie che ti capitano sotto mano sono quelle di cronaca: caso Concordia, caso Parolisi, caso Scazzi.
Se sei un po’ più fortunato, invece, ti capitano quelle di politica interna, come quella che ti dice che un certo Lusi, tesoriere di quel partito ormai di cui nessuno conosce più il volto – semmai un volto lo abbia avuto – ha rubato dalle casse dello stesso partito di cui era tesserato. Ma a chi ha davvero rubato? Alla ex Margherita, ai suoi colleghi, allo stato? Non sarebbe forse più corretto dire e urlare che quel signor Lusi ha rubato dalle tasche di chi in quel partito ci credeva e credeva nei suoi esponenti? E si fa a scarica barile…e del resto come siamo bravi a farlo in Italia. Lusi accusa Rutelli, Rutelli lo accusa a sua volta, e tutti accusano il sistema italiano…ma quale sistema? Quello del mangia mangia? Sì, proprio quello…
E allora mi decido a girare pagina, pensando che di quel sistema io ne ho troppe piene le tasche, le stesse in cui ho sentito infilarci una mano e prendere dei soldi.
Ma mi imbatto nelle tangenti che si sono “spartite” il Pdl e la Lega Nord in quel della Lombardia…e anche qui questione di soldi, questione di scarica barile, questione di corruzione. Questione di uno sporco sistema…
Volto di nuovo pagina.
Con molta cautela, prendo l’estremità della pagina destra del giornale che sto leggendo. Fra il pollice e l’indice afferro quell’angoletto di carta e giro la pagina… Articolo 18!
E ora mi ritrovo a leggere articoli sulla tutela dei lavoratori,sull’importanza dell’articolo nominato e sulla possibilità o meno di modificarlo, o snaturalizzarlo. Ma cosa si dovrebbe modificare? Cosa si vorrebbe eliminare? A me sembra che si voglia eliminare innanzitutto ciò che esso rappresenti. E se quell’articolo rappresenta la parola “tutela”, allora è proprio quest’ultima che si vuol far venir meno. Quella dei lavoratori, degli operai, quella di chi in questa Italia ci mette le braccia, la fatica, il sudore. E l’unica cosa che fa ricordare alla massa che esiste ancora la tutela del lavoratore che lotta per una vita migliore sembra essere una canzonetta sanremese dal titolo “Non è l’inferno”.  E leggo la disputa tra governo, confindustria, sindacati, partiti, e capisco che si sta parlando di una cosa su cui non c’è proprio nulla di cui discutere.
Capisco che si parla di modificare/eliminare un articolo che tutela il lavoratore, quando mi pare di capire che, in realtà, la classe dei lavoratori stia inesorabilmente scomparendo. E sembra che me ne accorga solo io…e allora che si fa? Si volta pagina ancora…conscia del fatto che ne girerò ancora moltissime prima di arrivare a capire che non posso solo voltare una pagina.
Mi imbatto in altre notizie – news fa più cosmopolita, ma io voglio essere italiana prima di tutto. Quelle economiche. Ecco allora che incrocio parole come “crisi finanziaria”, “Piazza Affari in ribasso/rialzo” (anche se il rialzo sembra sempre una chimera), ecco che mi perdo nelle altalene dello “spread” – e non spiegherò cosa sia, perché sembra che non si parli d’altro, ormai.
E continuo a perdermi nelle altalene – quelle decisamente al rialzo – del prezzo della benzina. Aumenti che giustificano la celebre frase “oro nero” per indicare appunto il petrolio. Aumenti che spingono tutti a pensare che la bicicletta sia il miglior mezzo di locomozione, ma come si fa quando si lavora troppo distanti dalla propria abitazione – per chi un lavoro ce l’ha? Quando si deve correre da una parte all’altra della città, per prendere i bimbi a scuola, per rientrare a lavoro, per ritirarsi a casa? E come si fa quando fa freddo, c’è la neve, la pioggia, il vento? L’auto sembra essere la soluzione a tutto. Ma si potrebbe optare per un’auto a metano? A gas? O, volendo proprio esagerare, per una macchina elettrica? Sì, si potrebbe, se tanti gruppi di interessi – da tutte le parti –  evitassero di fare così tanto i propri interessi…Sarà un caso che un sinonimo sia  “gruppi di pressione”? Quanta pressione, in effetti! E con tutta questa pressione come posso continuare a leggere le notizie di economia?! Non ce la faccio e passo oltre…
Pagina: “dal mondo”. Deliziamoci.
La questione dei marò in India e la morte di un ingegnere italiano in Africa, con conseguente dispute diplomatiche fra Roma-Nuova Delhi e Roma- Londra.  Scopro con tanta amarezza che questo paese continua a contare poco a livello internazionale, scopro che siamo alla mercé di qualsiasi altro stato e scopro che malauguratamente i nostri politici, i diplomatici, il governo, sembrano non capire che ciò di cui si parla sui giornali, le dispute con India e Gran Bretagna, non sono partite di calcio, ma vere e proprie operazioni diplomatiche e militari che non riusciamo a portare avanti e a concludere in maniera positiva per il nostro paese, per il nostro popolo.
Mi accorgo che una partita di calcio ha più importanza, e che se ci rendessimo conto che la diplomazia è una cosa seria e non l’ultima manche di Risiko, forse, riusciremmo anche a rispondere alla massima di Wiston Churchill, il quale sosteneva: gli italiani perdono le guerre come fossero partite di calcio e le paratite di calcio come fossero guerre, spiegando che magari le cose da allora sono cambiate. Ma, sono cambiate? Stando ai fatti sembrerebbe proprio di no…
Faccio due calcoli e se l’attualità è stata trattata, la politica pure,  l’economia non ne parliamo, la pagina degli esteri altrettanto, allora cosa rimane? Rimane la pagina sportiva…e vabbè allora mi rifiuto a prescindere e decido di chiuderlo, il giornale.
E chiudendolo mi accorgo che davvero non ho nulla da fare? Riaprire il giornale, guardare la tv? Neanche a dirlo…leggere, potrei. Lo faccio. E dopo poco capisco che c’è ancora qualcosa che non va, perché rimbombano una dietro l’altra tutte le tristi notizie apprese dal quotidiano.
La politica corrotta, la crisi economica infinita, la precarietà del lavoro e la volontà di uccidere ancora di più quel poco che ne rimane, la cronaca nostrana, quei delitti a cui non riusciamo mai a trovare un colpevole. Capisco che leggere non mi aiuta come avrei pensato, perchè sebbene un libro mi porti in un altro mondo, quello da cui voglio fuggire sembra correre più veloce di me.
Ma è solo un mercoledì sera, e i mercoledì sera nelle piccole città come la mia non c’è molto da fare. Solitamente si rimane a casa, perché in fondo è un giorno qualunque, infrasettimanale, non ha mica la stessa importanza di un venerdì o un sabato sera?!?!? Qualsiasi cosa ciò significhi.
Ma non fa niente, chiamo un paio di amiche e dico loro di voler uscire. Ok, si esce. La prima cosa che capita a tiro, tanto è mercoledì, cappotto e via.
Sono le 22 di una sera anche abbastanza fredda, del resto nei giorni scorsi ha nevicato in città e la gelida aria che pizzica sotto il naso e nelle ossa si sente tutta, in effetti. Nessuno in strada, e non mi meraviglio. E’ mercoledì, e poi fa freddo, troppo per scendere e troppo per camminare a piedi. Decidiamo di andare in un locale, una birra – pensiamo –  ci riscalderà. Non potevamo immaginare che ci avrebbe riscaldato tutt’altro.
Entriamo. Quel locale ci piace perché sembra di essere in qualche città straniera, così lontana da noi, dalle nostre abitudini, dall’Italia.
E’ un locale fumoso e fumante, del fumo delle sigarette, ma anche del fumo della vita che si respira…
E nel sederci ad un tavolo, notiamo che il palchetto dritto di fronte a noi è allestito. Una consolle, non all’ultima moda, senza computer e senza stranezze tecnologiche. Una consolle che nelle sua semplicità emana odore di buono, emana calore…eppure non è nemmeno in funzione.
E notiamo tanti disch. La perspicacia che ci contradistingue ci aiuta a capire che c’è una serata, ma non potevamo pensare che era una serata particolare.
Il dj sale sul palchetto – palco forse è un po’ esagerato – ed è subito a suo agio. Si capisce all’istante che quello è il suo mondo. Con mani che sembrano toccare la cosa più sacra che esiste, mette il primo disco…poi il secondo. E poi magia: invita le persone del locale a dargli i loro vinili.
Non capisco. Davvero la gente ha portato con sé dei dischi? Sì, lo ha fatto!
Uno dopo l’altro li mette tutti e tra una canzone e la successiva spiega –  lui che evidentemente conosce tutto ciò che riguarda la musica – mille aneddoti che riguardano questo o quell’altro brano.
E così ti perdi in sonorità che magari nemmeno ti appartengono, ma che di fondo fanno da cornice a qualcosa di ben più importante, la consapevolezza di ciò che si ascolta. E allora capisci che ogni canzone, più o meno bella, più o meno accattivante, o romantica, ha una vita che esula da te ma che contemporaneamente si lega a ciò che sei. Una canzone che nasconde dentro di sé una storia, e che poi ha la forza di legarsi intimamente a te attraverso un ricordo. E allora ascolti con attenzione qualsiasi cosa ti viene proposta, perché se anche non è il tuo “genere” – eppure io diffido da chi distingue la musica in “generi”, perché penso che essa sia semplicemente arte – è comunque bello ascoltare e perdersi nelle note di Battiato con I treni di Tozeur, una poesia che mi porta in un mondo dove regna solo la fantasia, o in quelle di Mina, dei Pink Floyd. E’ bello scoprire che negli anni ’80 esistevano gli Shampo che cantavano improbabili cover dei Beatles e che quel gruppo nacque per goliardia. Oppure che Loredana Bertè ha avuto una relazione con Andy Warhol, o che un certo Buddy Holly presentò la sua canzone “Peggy Sue” in modo del tutto anticonformista: nella sala d’aspetto, mentre attendeva di essere ricevuto da un certo Alan Freed…
E la serata va avanti a suon di vinile, di sorrisi, di ammiccamenti e note musicali, fermando gli attimi in uno spazio temporale da cui non si vorrebbe più uscire.
Capiamo che siamo capitate in un altro mondo. In un mondo lontano anni luce dai quei riflettori di un tempo, quello in cui viviamo, che non ci appartiene, che non vogliamo. Ci rendiamo conto di essere capitate in un mondo parallelo in cui la musica è vita ed è viva come vivo è il suono del vinile che gira sul piatto sotto la puntina del braccio del giradischi…e se ogni tanto si sente il fruscio, è solo il suono di un vinile un po’ vecchiotto, ma che ci piace, e ci piace tanto, perché sa di qualcosa che è stato vissuto, toccato, usato più e più volte, di qualcosa che è stato ascoltato.
E in questo tempo in cui non si sa più ascoltare davvero, allora anche il fruscio di un vinile sa farti commuovere.
In questo tempo in cui la musica viene “scaricata”, “masterizzata”, “presa” solo dal web, senza essere davvero vissuta a pieno, senza essere studiata e apprezzata, una serata così trova la sua vera essenza, trova la sua ragione per esistere e per esserci.
Sì, perché questo mercoledì vuole urlare al mondo che la musica non è una cartella di milioni di file sul proprio pc, non è un attimo di ascolto di soli tre minuti dal tubo o dal mulo.
Questo giorno feriale diventa un giorno festivo perché è la festa di chi crede che la musica c’è, è forte e resiste. Resiste in un mondo che, diciamolo, ci sta lasciando con un pugno di mosche in mano – e avrei potuto dire “sabbia” per citare i Nomadi – e resiste perché c’è qualcuno che crede nel potere in essa racchiuso, qualcuno che si emoziona se tocca un vinile, perché è come toccare una donna. Tenerla, stringerla, farla sua, senza paura, senza esitazione.
Ogni mercoledì capisco che i quotidiani continueranno ad essere stampati, che il mio paese continuerà ad essere marcio, che il mondo continuerà a girare nel verso sbagliato, che la globalizzazione finirà per annientare ancora tutto ciò che ci circonda. Ma in tutto questo, capisco anche che se c’è chi in un piccolo locale di una piccola città può condividere idee, ricordi, passioni ed emozioni forse questo mondo non è poi così malato, forse questa Italia non è poi così sbagliata.
E capisco che se tornassimo ad utilizzare i vinili ed eliminassimo tutti i file musicali dai nostri pc; se camminassimo a piedi, o in bici, almeno nei giorni di sole, lasciando a casa le auto; se pensassimo che rubare allo stato significa rubare a noi stessi, forse capiremmo che il mondo non deve per forza andare alla deriva. E se poi decidessimo di fare tutto questo con l’aiuto della musica, scopriremmo che la musica è la sola cosa che può farci stare bene, perché dove c’è la musica non può esserci nulla di cattivo.

giovedì 8 marzo 2012

Lea

di SymonaP.




Aveva 35 anni Lea quando drammaticamente le veniva tolta la vita nel modo più atroce, più infame.  
Aveva 35 anni quando lasciava una giovane figlia Denise in un mondo malato e marcio. Il mondo cui si era ribellata con forza e audacia ma che aveva finito per ucciderla inesorabilmente.
Lea Garofalo: un nome che risuona, o che almeno dovrebbe risuonare prepotentemente nella memoria di tutti quegli italiani che si indignano quando l’immagine del bel paese viene associata alle cosche mafiose, alla ‘ndrangheta, alla camorra. Tanti nomi per indicare lo stesso, identico status di malaffare e malavita, che opprime l’Italia, da Nord a Sud, da Est a Ovest senza distinguere regioni, città, provincie.
Lea Garofalo era la figlia di un boss della ndrangheta.
Non possiamo scegliere la famiglia in cui nascere, ma forse mille volte, Lea, avrà maledetto quel legame familiare. E altre mille avrà maledetto se stessa per essersi innamorata  dell’ultimo uomo di cui avrebbe dovuto innamorarsi: Carlo Cosco. Avrà gioito per la nascita della figlia Denise, e allo stesso tempo si sarà odiata perché consapevole di non poter offrirle un futuro migliore del suo.
Eppure Lea lo voleva. Lea voleva che la figlia vivesse lontana dalla ‘ndrangheta, dai loschi affari del padre, della “famiglia”, quella stessa cui lei sapeva di non aver mai appartenuto veramente.
Lea voleva che la figlia crescesse in un mondo pulito, sano e allora fece quello che solo una madre consapevole dell’amore verso i propri figli può fare: ribellarsi. Lea divenne una collaboratrice di giustizia, segnando inevitabilmente il proprio destino.
Nel 1995 Lea aveva cominciato a denunciare tutti i dubbi affari della sua famiglia, a partire dall’uccisione di Antonio Comberiati.
E l’anno seguente era stata una dei primi testimoni contro il fratello Floriano, boss dell’omonima cosca, trasferitosi a Milano dalla Calabria per seguire gli affari della famiglia al Nord.
Floriano Garofalo viene arrestato nel 1996, nel capoluogo lombardo dopo un blitz dei Carabinieri nella sua casa in via Montello.  Scarcerato nel 2005 in seguito ad un processo che lo aveva assolto da ogni accusa, viene ucciso, nel giugno dello stesso anno, in un agguato messo in opera, presumibilmente, dalla famiglia Cosco. Le due famiglie, infatti – stando a quanto asserito da Lea Garofalo in uno dei suoi tanti interrogatori – erano in lotta per la gestione del traffico di stupefacenti nella zona calabrese, e in particolare di Petilia Policastro, da sempre in mano alla famiglia Garofalo.
Tali dichiarazioni, il suo supporto e le sue testimonianze nelle aule di tribunale, saranno fondamentali e decisive per farle ottenere nel 2002 il diritto al programma di protezione, cui sarà sottoposta insieme alla figlia Denise. Il programma prevede il trasferimento a Campobasso e da lì, l’inizio di una nuova vita per entrambe.
Ma è una vita breve, quella di Lea. Breve e amara, perché lo Stato latita molto più di quanto faccia qualsiasi ‘ndranghetista, mafioso o camorrista. Lea subisce la prima beffa nel 2006 quando, nonostante l’aiuto fornito alla giustizia, in cui lei credeva fermamente, le viene revocato il diritto a partecipare al programma di protezione con la motivazione di aver apportato scarso aiuto alle indagini degli inquirenti.
Si rivolge al TAR, ma è solo il Consiglio di Stato, nel 2007, che ripristina il suo status di collaboratrice di giustizia sotto protezione, a cui Lea rinuncerà volontariamente nel 2009.
Quel 2009 è un anno importante, sarà l’ultimo anno di vita della donna. Dopo un primo tentativo di rapimento –  5 maggio –  che Lea denuncia ai Carabinieri, convinta che dietro l’accadimento vi sia la mano dell’ex marito, la donna scompare definitivamente  nel mese di novembre.
Carlo Cosco aveva attirato la moglie con la scusa più banale eppure l’unica che avrebbe convinto la donna ad incontrare il marito: discutere del futuro di Denise.
Madre e figlia si erano pertanto decise a vedere l’uomo, che, in seguito avrebbe chiesto alla figlia di accompagnarlo a salutare gli zii, rimanendo d’accordo con l’ex moglie che si sarebbero poi ritrovati in stazione per prendere il treno e lasciarle tornare a casa.
Alla stazione però Lea non ci arriverà mai.
Alla stazione, invece, arrivano Denise e suo padre, che resterà con la figlia per tutto il tempo necessario, fino a chiamare per primo i carabinieri e denunciare la scomparsa della donna.
Lea svanisce nel nulla, e a noi rimane la cronaca del suo omicidio. Rapita, trasportata in un furgone, torturata a lungo, poi uccisa con un colpo di pistola e infine sciolta nell’acido, nei pressi di Monza.

Durante questi anni, il processo per l’omicidio di Lea ha vissuto fasi alterne, e anche “bizzarre” oltre che poco rispettose della memoria della donna. Come la sentenza del 31 ottobre 2011, quando all’ex marito della donna, presunto mandante dell’omicidio, veniva addirittura concesso il diritto al gratuito patrocinio. In altre parole era lo Stato, e quindi i cittadini a prendersi l’onere di pagare la parcella del famoso penalista milanese, Daniele Sussman Steinberg, avendo, l’imputato, dichiarato nel 2010 circa 10mila euro di reddito.
Una beffa che si prendeva gioco di Lea e dello stesso Stato italiano.

E oggi come stanno le cose? Oggi si riparte da zero!
Che sia un bene o un male, francamente non saprei dirlo. So per certo che la giustizia dovrebbe fare il suo corso nel migliore dei modi possibili e celermente, ma so anche che a volte le coincidenze sono imprevedibili…
In questo caso per esempio è accaduto – nei primi giorni dello scorso dicembre – che Filippo Grisolia, presidente della Corte di Assise di Milano sia stato nominato capo di gabinetto del ministro di giustizia Severino. L’incompatibilità dei ruoli ricoperti si è tradotta nella nomina di un nuovo giudice per il processo Garofalo: Anna Introini, che ha la facoltà di far effettivamente ripartire il processo da capo.
Il processo è in corso ma Lea Garofalo muore ancora una volta, perché alla richiesta dell’avvocato della madre e della sorella di Lea, di considerarla una vittima di ‘ndrangheta, i giudici milanesi rispondono negativamente, non considerando il fatto delittuoso, un omicidio a carattere mafioso.  Stando a quanto asserito dai giudici, infatti, l’omicidio può contare solo sull’aggravante della premeditazione e non anche sull’aggravante delle modalità di procedimento a stampo mafioso utilizzate per uccidere la donna.

La giustizia farà il suo corso come è giusto che sia, ma si spera che non sia un percorso ad ostacoli.
In fondo questa donna ha urlato la sua libertà, lo ha fatto per se stessa e per sua figlia. Lo ha fatto con coraggio, fermezza, forza e caparbietà. Lo ha fatto non perché doveva ma perché voleva.
Ha urlato il suo “no alla ‘ndrangheta” pur conoscendone i rischi perché sapeva che per rendere questo mondo migliore era necessario che lei facesse la sua parte. E l’ha fatta.
Lea, la sua parte l’ha fatta davvero.
Quando sarà la giustizia a fare la sua? Quando sarà lo Stato a fare la sua parte?
Lea resta nella memoria, anche oggi, 8 marzo, qualunque cosa significhi l’8 marzo, e ci resta ancora di più negli altri 364, perché almeno la memoria la sua parte la fa. La fa sempre!

domenica 19 febbraio 2012

Ma chi controlla il controllore?


di Lettera 22







Negli ultimi mesi non passa settimana in cui una delle tre agenzie di rating, considerate le più importanti al mondo, non scocchi qualche freccia in direzione dell’Europa, e nello specifico dell’area euro. Che siano nazioni, enti sovranazionali o singole istituzioni finanziarie nessuno è immune dal giudizio di Standard&Poor’s, Fitch e Moody’s, i cui downgrade sono stati tanto numerosi e ravvicinati tra loro da destare una naturale perplessità.
Venerdì 13 gennaio, a mercati chiusi, Standard e Poor’s ha rivisto al ribasso il proprio giudizio sui rating di alcuni stati europei, tra cui la Francia, e l’Italia. Il rating francese passava così da AAA (il giudizio di massima solvibilità) ad AA+. Il merito creditizio italiano passava, invece da A a BBB+, collocando il nostro paese, dunque, nella fascia “medio bassa” della scala di giudizio dell’agenzia americana, allo stesso livello di Perù e Colombia.
Nei giorni successivi anche il rating de l’EFSF (European Financial Stability Facility o Fondo salva-stati) è stato rivisto, passando da AAA ad AA+. Alcune settimane dopo, invece, è stato il turno delle principali banche europee, molte delle quali italiane.
Ma quali sono le motivazioni che stanno alla base di queste decisioni, prese con questi tempi?
E' difficile capirlo. La Francia, che fino ad allora era forte della propria AAA, assieme alla Germania (anch’essa AAA) ha sempre rappresentato (forse in maniera non del tutto corretta) il vero asse politico-economico dell’area euro. Il downgrade della Francia è spiegato in virtù della forte esposizione delle banche Francesi ai titoli di stato greci, il cui rimborso è tuttora in fase di discussione tra i paesi dell’area euro, e dal fatto che tra i paesi a tripla A,  è quella con il rapporto debito pubblico/ PIL più alto. In realtà queste sono motivazioni un po’ “forzate” che non sono parse sufficienti a spiegare tale decisione che, invece, ha lasciato in eredità uno spostamento di equilibri politici a favore della Germania, rimasta unica grande potenza europea con la tripla A e i cui titoli di stato non hanno minimamente risentito della crisi del debito pubblico delll' area euro, anzi si sono imposti come unico bene rifugio in momenti di forti tensioni.
Per l’Italia cercare di capire è ancora più difficile. Dopo che il 9 novembre si era raggiunto l’apice della crisi del debito pubblico (con rendimenti dei titoli di stato che giravano intorno al 7% e con la curva dei rendimenti invertita – segnale molto pericoloso nelle finanze pubbliche) l’intervento di Mario Monti è stato assolutamente apprezzato dai mercati, con lo spread e la curva dei rendimenti che si apprestava a tornare su livelli accettabili. Dopo giorni di lavoro intensi, dopo i primi decreti legge votati dal Parlamento, nei mercati si è cominciato a vedere i primi veri segnali che nel nostro paese qualcosa era cambiato; in quegli stessi mercati che hanno fatto fare un passo indietro al governo precedente. Proprio quando s’intravedeva uno spiraglio di luce, le agenzie di rating hanno espresso il loro giudizio con un tempismo alquanto discutibile.
Anche il giudizio sull’EFSF,  l'ente sovranazionale che dovrebbe eventualmente aiutare stati in difficoltà, lascia più d’una perplessità, così come quello sulle banche che nelle ultime settimane stanno vedendo migliorare tutti i loro indicatori di stabilità.
Ma qual è il valore che hanno questi giudizi? In passato era molto forte, oserei dire quasi insindacabile. La qualità di un titolo, o meglio, di una società (o di una nazione) era rappresentato dal suo rating. In seguito alla crisi del 2008 il peso specifico delle agenzie di rating nel mondo economico è sensibilmente cambiato. Ad esempio, dopo il downgrade i rendimenti dei titoli di stato italiani si sono mossi, ma non sono mai più tornati ai livelli dei mesi precedenti. La risposta dei mercati è stata forte:  gli investitori che detenevano titoli di stato italiani, all’indomani del nuovo giudizio di Standard & Poor’s non si sono affrettati a disfarsene preoccupati dalla capacità dello stato italiano di rimborsare i propri debiti. Dei movimenti un po’ più ampi ci sono stati, invece, per i titoli francesi, che fino ad allora non avevano conosciuto tensioni particolari.
Una risposta, tutto sommato, non eccessiva, da parte dei mercati a questi downgrade è spiegata dalla storia delle agenzie di rating stesse:
- luglio 2008, il rating di Lehman Brothers era A; il 15 settembre Lehman Brothers dichiara il fallimento
- novembre 2001, S&P conferma la BBB per Enron, il 3 dicembre 2001 Enron dichiara il fallimento
- Parmalat fino ad una settimana prima della bancarotta (24 dicembre 2003) era BBB
- febbraio 2008, S&P conferma la tripla A a Fannie Mac; settembre 2008 il governo degli Stati Uniti compie la più grande opera di finanziamento della storia degli U.S.A. salvando Fannie Mac e Freddie Mac.
È proprio in seguito al 2008 che le agenzie di rating sembrano aver cambiato il loro modo di operare. In seguito alle dure critiche ricevute in virtù di giudizi rivelatisi palesemente errati, le agenzie di rating sembrano esser diventate improvvisamente severe, forse un po’ troppo, a volte – sembra – quasi a voler “mettere le mani avanti” e crearsi in un certo senso un alibi, per evitare, di nuovo, accuse da tutto il mondo economico di non essere in grado di giudicare efficacemente il merito creditizio di società/stati, insomma, di non saper fare il proprio lavoro.
Ma se è vero che i mercati in questo caso si sono dimostrati razionali ed hanno dato il giusto peso a questi downgrade, resta il fatto che le agenzie di rating sono universalmente riconosciute come degli attori importanti nell’universo economico. Basti pensare il fatto che in quasi tutti i contratti relativi al mondo degli investimenti vengono indicati valori minimi di rating, identificando nel rating stesso un giudizio di qualità. Il lavoro di chi assegna i rating, dunque, non può assoggettarsi alle logiche del “intanto io metto le mani avanti…. Nessuno potrà mai dirmi che "non avevo percepito il rischio di quella società”, perché in virtù di quel giudizio si creano conseguenze su tutto il mondo economico. In fondo, il lavoro delle agenzie di rating non si riduce a dare un voto, essendo più o meno cattivo, Dovrebbe, invece, essere il lavoro di chi cerca di capire, studiare, analizzare il merito creditizio di un qualsiasi debitore e sintetizzarlo in un giudizio.
Un giudizio che ha un certo peso, capace di generare panico o fiducia, di muovere il sentimento dei mercati e di avere conseguenze anche pericolose.
Quindi delle due l’una: o le agenzie di rating approcciano il loro lavoro con un’impostazione mentale diversa, dedita maggiormente ad una corretta analisi dei fondamentali ed a giudizi trasparenti e coerenti, o va rivisto in toto la loro natura e la loro ragion d’essere all’interno del sistema economico-finanziario. 
I mercati, in parte, hanno già risposto.

mercoledì 15 febbraio 2012

Gianni, Gianni, Gianni sosteneva tesi e illusioni

di Un Luigi qualunque


Nelle ultime settimane la Città eterna e il suo sindaco sono stati il principale argomento di discussione, per diverse questioni.
Cominciamo dalla fine.
Ieri il Presidente del Consiglio ha annunciato il no del Governo alla candidatura di Roma per i giochi Olimpici del 2020. La decisione appare saggia in un momento in cui sono stati chiesti sacrifici enormi al Paese, per fronteggiare la grave crisi economica che sta coinvolgendo tutta l’Europa. Appare, a mio avviso, sorprendente la reazione del sindaco di Roma, che avrebbe potuto preventivamente fare le medesime valutazioni del Governo. 
Sarebbe stata una contraddizione chiedere sacrifici di svariati miliardi di euro, per poi impegnarsi in spese di grande entità per la realizzazione e/o ammodernamento degli impianti sportivi e delle infrastrutture necessarie allo svolgimento dei giochi, che sono sicuramente d’interesse,ma certamente non voci di spesa prioritarie in questo momento, ancora di più per un Paese con un forte debito come il nostro.
Guardando alle ultime tre edizioni, di olimpico c’è sicuramente il costo, per non parlare dell’eredità preoccupante: strutture progettate per ospitare migliaia di persone che risultano inutili e talvolta inutilizzate per le attività sportive routinarie, a fine giochi; i costi di gestione degli impianti sono un peso troppo grande per gli enti che devono farsene carico successivamente.
Per non parlare dei costi di realizzazione in se, già esorbitanti, che finiscono, di solito, per triplicare a fine lavori.
Per i giochi di Atene 2004 furono stimati 4 miliardi e mezzo di euro: costo finale circa 9 miliardi, con un impatto fortissimo sul Bilancio dello Stato, che ha dato il la alla fase discendente del Paese, culminata in questi giorni. Gli enti pubblici cinesi si sono indebitati con le banche per coprire i costi per Pechino 2008, per circa 40 miliardi di euro, con mutui decennali. Per i giochi olimpici di Londra 2012 sono stati preventivati poco più di 2 miliardi di euro, ma da recenti stima questa somma risulta triplicata.
Insomma, fondi enormi, non meglio precisati, che aumentano anno dopo anno; costruzione di opere pubbliche che spesso restano incomplete o inutilizzabili alla fine dei giochi. Basti pensare alle opere incompiute che ci sono da Italia 90' e in epoca più recente, le strutture costruite per Torino 2006, parte delle quali risultano abbandonate o mal gestite.
Nel contesto attuale del Paese, e nella situazione generale dell’Europa, un’eventuale assegnazione dei giochi a Roma pareva essere fuori luogo, nonché la solita occasione per i soliti noti re del cemento, per ulteriori arricchimenti, a danno delle finanze pubbliche e della salute dei cittadini, che già normalmente devono subire colate di cemento in una città già di per sé ipertrofica.
Appare, quindi, sorprendente la reazione del sindaco di Roma, che avrebbe potuto preventivamente fare le medesime valutazioni del Governo. Invece no, la candidatura è stata sostenuta nonostante le condizioni generali non lo consentissero, sull’onda dell’illusione di creare dei posti di lavoro fantasma, senza tener conto dell’enorme debito che si sarebbe creato, a carico di figli e nipoti.

Il sindaco Alemanno è stato nell’occhio del ciclone anche per la gestione discutibile dell’emergenza causata dalle due nevicate romane dei giorni scorsi. Una città completamente impreparata, nonostante le recenti tecnologie consentano di conoscere con anticipo, orientativamente, le previsioni meteo. Chiunque possegga uno smartphone ha potuto sapere alcuni giorni prima, tramite le comuni applicazioni dedicate, che ci sarebbe stata una nevicata sulla città; probabilmente il Sindaco non ne possiede uno.
Così in piena emergenza abbiamo assistito allo spettacolo penoso di un primo cittadino, che facendo il giro di tutte le principali emittenti televisive, ha passato gran parte del tempo a urlare a destra e sinistra il mal funzionamento della Protezione Civile, del suo servizio meteo e del suo Capo, rilevando i disservizi di un’istituzione a suo dire diventata ufficio passa carte a seguito della Legge 10 del 2011.
Non entro nel  merito dell’assetto e del funzionamento del Dipartimento della Protezione Civile, ne’ nel merito del provvedimento citato; faccio notare solamente che quella legge è stata approvata con i voti della maggioranza di centro destra, della quale faceva (e fa) parte Alemanno.
Resteranno dei giorni della nevicata, gli scorci di Roma imbiancata e le fotografie di Alemanno, immortalato accanto a del sale (da cucina!); o ancora, durante le operazioni di pulizia di un marciapiede, nel corso delle quali il sindaco spalava la neve dal marciapiede alla strada!
Ancora risuonano dichiarazioni stupefacenti, del tipo gli alberi romani non essendo abituati alla neve, cadono più facilmente, come se la caduta degli alberi fosse un problema di abitudine, piuttosto che di corretta potatura e cura.
Tutto questo teatrino si è svolto mentre una città di quasi 3 milioni di abitanti era in balia di se stessa, senza alcun mezzo pubblico in servizio, con strade e marciapiedi impraticabili, soprattutto in periferia. Si, proprio quelle periferie che erano state al centro della campagna elettorale di Gianni Alemanno, che sul tema del recupero di quelle aree della città si era molto speso, così come sul tema della sicurezza su tutta l’area comunale: si ricorda l’enfasi nel polemizzare con l’allora amministrazione di centrosinistra, colpevole di essere attenta solo ai salotti, alla cura del centro città a discapito della periferia, con l’aggravante di un atteggiamento troppo morbido nei confronti delle comunità d’immigrati, considerate un serbatoio d’illegalità.
E da lì le accuse per l’insicurezza diffusa in tutta Roma, percepita anche per l’incremento degli omicidi, ricondotto indirettamente alla mala gestione della Giunta di centrosinistra; Il culmine si ebbe con l’omicidio di Giovanna Reggiani, che fece cominciare una spirale interminabile di polemiche, strumentalizzando un fatto tragico e doloroso per campagne politiche.
Lo stesso sindaco Alemanno oggi amministra una città insanguinata da 30 omicidi nei primi due mesi dell’anno, e si ritrova ad invocare la collaborazione di tutti per combattere lì fenomeno, riscontrando (giustamente, ma perché non prima?) che il controllo del territorio e le politiche di sicurezza cittadini sono solo in parte riconducibili all’amministrazione comunale. Oggi invoca la collaborazione di tutti, dimenticando quando, dall’opposizione, non risparmiava attacchi demagogici.

Ultimo aspetto, non meno importante, è ciò che sta accadendo con la costruzione dei nuovi tratti della metropolitana romana: attraverso lo strumento del project financing, si stanno reperendo fondi da privati per il completamento delle linee sotterranee.
In cambio dei fondi, i privati riceveranno in concessione, per alcuni decenni, la gestione del servizio di trasporto metropolitano (e dei conseguenti introiti) nonché metri cubi e terreni da edificare, in un’area urbana già densamente abitata. Il tutto in cambio di pochi km di metropolitana.
Non è un po’ troppo?
Ora mi si dirà che è facile scrivere critiche, stando seduti comodamente in poltrona, senza dover affrontare i problemi e le difficoltà dell’amministrare una città di 3 milioni.
Amministrare una città come Roma è cosa complessa, lo so bene; lo so così bene che non mi sognerei mai di candidarmi come Sindaco: critico la gestione attuale ma io non saprei fare di meglio. Lo so bene.Ne ho piena consapevolezza, e, infatti, non mi candido a fare li sindaco di Roma.
Chi invece decide di candidarsi alla gestione della cosa pubblica, si espone inevitabilmente al giudizio altrui; bisogna averne piena consapevolezza, proprio perché si amministra una cosa non (solo) propria. Da questo deve derivare la necessità di un’autovalutazione di chi si dedica alla vita politica, per avere consapevolezza della propria capacità o incapacità nell’amministrare, e fare derivare da ciò le giuste (necessarie) conseguenze.

giovedì 26 gennaio 2012

La Lega Nord (non) ce l'ha duro

di Un Luigi qualunque



Dall’insediamento dell’esecutivo guidato da Mario Monti, la Lega nord sembra essersi ringalluzzita: raduni in piazza, manifestazioni, cortei, scenate in Parlamento; insomma La Lega di lotta, quella dei bei tempi. Per l’occasione, sono state rispolverate le parole d’ordine delle origini: secessione e Roma ladrona.
La questione dell’indipendenza dell’Italia settentrionale è affrontata, in base al periodo, in modo differente: quando erano in maggioranza, si parlava più cautamente di Federalismo da raggiungere attraverso un processo di riforme, modificando l’assetto dello Stato in tal senso.
Ora che sono tornati un partito di lotta, hanno rispolverato la Secessione, come fine da raggiungere a tutti i costi (ricordate i fucili dei padani, pronti per essere imbracciati, evocati dal Senatùr?)
Insomma il sospetto viene: che la prima idea, quella “moderata” fosse solo simbolica, per celare ben altre intenzioni. Il dubbio è rafforzato dai termini usati, e dalla manipolazione delle parole: Federalismo è la condizione di un insieme di entità autonome, legate però tra loro dal vincolo di un patto (in latino, appunto, foedus, "patto, alleanza"). Cioè entità differenti, due o più Stati sovrani, che attraverso un patto cedono una parte di sovranità a un’entità terza: è ’ ciò che è accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti d’America, che sono uno Stato federale, propriamente detto.
Ma in Italia non abbiamo questa situazione, non esistono diversi Stati sovrani da riunire attraverso un foedus. L’Italia è una e il federalismo non ha motivo di esistere.
Cosa diversa è il regionalismo, che è la tendenza a concedere autonomia legislativa e amministrativa alle regioni intese come suddivisione di uno Stato, che pare, invece,  più corretto alla luce delle specificità culturali  giuridiche e storiche del nostro Paese.
E’ ciò che dal 1970 in poi, lentamente, si sta attuando e che sarebbe auspicabile avvenisse in modo serio e rapido, per rispondere agli effettivi bisogni della vita del paese: le regioni (e gli enti locali) hanno maggiore conoscenza dei problemi dei singoli territori, proprio per la vicinanza anche fisica che li contraddistingue.
Una completa attuazione dei principi regionalisti, permetterebbe di avere un’unità d’Italia più articolata e completa, vicina alle istanze della popolazione e quindi più democratica.
Ora, delle due l’una: o c’è un uso sbagliato delle parole, dovuto a ignoranza; oppure c’è una manipolazione delle parole, rispondente ad un certo programma politico: se lo Stato federale è il patto tra diversi Stati sovrani, lo Stato federale in Italia è attuabile attraverso un duplice processo:
1)    Creare entità differenti e indipendenti (mi vengono  in mente le tre macro regioni ipotizzate da Gianfranco Miglio, ideologo della Lega);
2)    2) I soggetti indipendenti creati dalla divisione dell’Italia, procederanno con la costituzione di uno Stato Federale.
Insomma un federalismo pensato per dividere, questo sembrerebbe il vero progetto.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, certe polemiche delle ultime settimane appaiono sorprendenti da chi un minuto fa era al Governo del Paese e comunque inquilini da parecchi anni (rectius legislature) in quella Roma che sarà pure ladrona ma anche parecchio ospitale, a giudicare dalle lotte interne al partito per aggiudicarsi questa o quell’altra poltrona.
Insomma, tanti slogan e polveroni sembrano alzati per distrarre dai grossi problemi del partito.
In primis, la spaccatura tra maroniani e bossiani: Maroni, soprattutto nel periodo in cui ha retto il Ministero dell’Interno, ha rafforzato il legame con gli amministratori leghisti degli enti locali; inoltre ha assunto un atteggiamento più istituzionale e dialogante, in discontinuità con certi modi e toni tipici di Bossi (pernacchie comprese). In più il dato anagrafico è dalla sua parte.
Dall’altra, il c.d. cerchio magico (Bossi, Reguzzoni, Mauro, il Trota) più legato agli equilibri di potere in quel di Roma (ladrona?).E ancorato alla leadership di Bossi, che un po’ per mentalità e idee, un po’ per condizioni fisiche, non pare essere, a dirla tutta, in grado di guidare il partito nel futuro.
E Maroni e i maroniani l’hanno capito.
Tutte dinamiche da partito romano più che da movimento pragmatico, che dovrebbe rappresentare (a loro dire) le istanze del nord che lavora, partito di lotta, alternativo e di rottura, che si ritrova, invece, nella necessità di ricorrere a slogan demagogici, per ricompattare una base delusa dalle scelte degli ultimi anni, nel corso dei quali, in nome dell’alleanza con il PDL, sono state accettate cose discutibili (basta sentire gli sfoghi a radio padania).
E’ un quadretto un po’ desolante, lontano dai tempi in cui il Senatur urlava ai suoi La Lega c’è l’ha duro: ultimamente un po’ per mancanza d’idee e un po’ per demagogia (più del solito), paiono essere un po’ mosci.

venerdì 20 gennaio 2012

Su auditel e demagogia, c'è massima Concordia

di Un Luigi qualunque

La vicenda del disastro della nave Concordia è stata l’occasione, ancora una volta, per imbastire una serie di trasmissioni televisive dai contenuti discutibili.
 Ore e ore dedicate all’approfondimento di una vicenda tragica: è giusto cercare di capire la dinamica dei fatti, fornendo anche un servizio informativo ai cittadini ma come di consueto la deriva è dietro l’angolo: la ricerca del particolare macabro, del sangue, del dettaglio sensazionale.
Interviste ai parenti delle vittime o dei dispersi, con domande patetiche e imbarazzanti.
Si dice è quello che la gente vuole sapere; sono le trasmissioni che piacciono ai telespettatori; queste trasmissioni hanno un grande seguito. Luciano De Crescenzo una volta ha scritto: “L'Auditel rappresenta la stupidità media di una nazione e la tv, per andare al gusto delle masse abbassa il proprio gusto, fino a farlo coincidere con quello della maggioranza”
Quindi, in nome della stupidità, ci vengono propinate ore di trasmissioni che scavano nell’orrore. Il sangue è ciò che ci attira? Sembra che in duemila anni di storia non si cambiato nulla: un tempo ci si recava in anfiteatro, luogo di giochi e combattimenti, spinti dalla voglia  di vedere un po’ di spettacolo che spesso e volentieri sfociava in violenza; si aspettava con ansia che una bestia divorasse un gladiatore, o che gli sventurati di turno si trucidassero tra di loro.
Oggi sono cambiate le modalità ma il senso profondo è lo stesso: non è più necessario recarsi in un luogo polveroso e fare la fila: nel nostro tempo, nei paesi civili, si sta comodamente seduti sul divano di casa, e attraverso la televisione c’è modo di gustarsi particolari macabri, scavare nella psiche dell’assassino, osservare la ricostruzione computerizzata o plastica del luogo del fatto, scoprire la direzione degli schizzi di sangue.

Un altro aspetto, tornando alla situazione specifica del naufragio, è che da più parti sono arrivate reazioni scomposte e indignate per la decisione di prevedere la misura cautelare degli arresti domiciliari per il comandante della nave, in luogo della custodia in carcere, chiesta dal Procuratore della Repubblica.
E’ sorprendente soprattutto lo sconcerto di chi, solo pochi giorni fa, professandosi garantista, qualificava come esagerata ed indecente la richiesta di misura cautelare per il Deputato Nicola Cosentino, considerandola un’ingiusta anticipazione della pena.
Non è questo il luogo per una approfondimento tecnico sulla natura delle misure cautelari, semplicemente faccio osservare che i casi in cui queste si applicano e in che misura, sono aspetti previsti dalla legge, quindi già questo quanto meno dovrebbe essere una garanzia e non un’ indecenza; inoltre,  è importante ricordare che  le misure cautelari e la pena inflitta con condanna definitiva sono comminate in base a presupposti differenti, e per finalità diverse.
Detto ciò, dalle argomentazioni espresse nell’ordinanza del GIP di Grosseto e dei relativi articoli del c.p.p. (art. 273 e 274 c.p.p.) la scelta della custodia domiciliare appare, a mio parere, tecnicamente corretta.
Chiaramente il Procuratore della Repubblica di Grosseto (senza alcun dubbio, giurista più colto di me)  , avrà modo di contestare la scelta, attraverso i previsti strumenti  giurisdizionali, non certo con opinioni estemporanee e demagogiche, ma con puntuali argomentazioni fattuali e giuridiche.
Insomma, pare essere una polemica sterile e demagogica, sembra essere il solito cavalcare l'emozione e l'ennesima occasione per giudicare il lavoro della magistratura non attraverso i suoi atti (e la critica e controllo su questi è sacrosanta, nonchè prevista dalla legge) ma semplificando, ed  in base a elementi parziali, non conoscendo le carte e  strumentalizzando i sentimenti di chi è coinvolto nella vicenda.
Per concludere, questa vicenda è ancora una volta l’occasione per mostrare le storture prodotte da certe trasmissioni televisive che inseguendo  l’auditel, perdono di vista il pudore e il  rispetto per i sentimenti delle persone coinvolte, cavalcando i fatti di cronaca, diluendoli all’infinto, quando per la stessa natura del fatto, l'esigenza informativa sarebbe ormai conclusa o limitata solo ad alcuni elementi. 
Ma è in quel momento, quando non ci sarebbe altro da dire, che si percorrono le vie dello pseudo approfondimento e della sedicente informazioni, con ore di dibattiti sterili.
Non secondario aspetto che inoltre emerge è la percezione assolutamente schizofrenica  che qualcuno ha dell’ordinamento giuridico e in particolare dell'azione della magistratura,che a seconda dei casi, è considerata persecutoria quando si occupa dei nostri amici, e blanda quando si occupa degli altri.

giovedì 19 gennaio 2012

Chi non è l'eroe

di loSchiacciasassi


Italia, 18.01.2012

Ho ascoltato il commento di Francesco Merlo su Repubblica online, "De Falco, troppo facile chiamarlo eroe", in cui sostanzialmente il giornalista di Repubblica dice che è troppo facile chiamare eroe il comandante De Falco perché lui era semplicemente in una sala di comando a Livorno, lontano chiilometri dal luogo dell'incidente, e non si sa se invece fosse stato lì, sulla nave Concordia che stava affondando, come si sarebbe comportato.
Premesso che che personalmente ritengo il comportamento di De Falco assolutamente normale, nel senso proprio del termine, cioè nella norma, e quindi proprio per questo eroico (perché i veri eroi italiani, i.e. Giorgio Ambrosoli, sono le persone normali), io non so chi sono gli eroi.
So chi non sono gli eroi.
Non sono eroi quelli come Merlo. Io non capisco per quale scopo, per quale valido motivo informativo, per quali finalità, un giornalista debba fare un commento che essenzialmente si basa solo sul "SE". Un commento basato sulla messa in campo di dubbi su come definiremmo De Falco se fosse stato lui sulla Concordia.
Io mi ricordo i vecchi detti, espressivi della saggezza popolare: "se avevo le ruote ero un carretto", oppure "se avevo quindici palle ero un biliardo", che ci dicono che è inutuile pensare con i se o con i ma.
Penso quindi che si dovrebbero commentare soltanto i fatti, non le ipotesi, non avanzare scenari sospettosi, che sono un primo passo, diffamatorio, verso la dietrologia.
A commentare semplicemente i fatti, senza definire nessuno eroe o omuncolo, c'è solo da dire che c'è stato un Comandante che ha fatto il suo dovere ed un altro Comandante che non lo ha fatto.

C'è da aggiungere inoltre che l'ipotesi che avanza Merlo non è nemmeno proponibile a livello logico, perché Merlo si domanda cosa avrebbe fatto De Falco in caso di naufragio se De Falco fosse stato sulla Concordia, ma, prima ancora del naufragio, Merlo mi deve allora dimostrare che la Concordia con De Falco a bordo sarebbe ugualmente finita sugli scogli. Io ad occhio direi di no.
Ma io, sempre ad occhio, prima ancora, direi proprio che De Falco non ci sarebbe proprio potuto essere sulla Concordia, perché ogni Armatore si sceglie i comandanti suoi. Ma qui sto iniziando a fare le ipotesi anch'io; sì, lo so, io non sono un eroe.