Da oggi mi trovate qui!
venerdì 7 settembre 2012
giovedì 30 agosto 2012
Dei delitti e delle pene (e delle carceri)
di Un Luigi qualunque
La storia
che in Italia nessuno va in galera è una balla colossale.
Ad oggi i
detenuti nelle patrie galere sono circa 67.444 e il dato è in continua crescita.
Il problema
del sovraffollamento è gravissimo: celle concepite per ospitare due detenuti, utilizzate
per 4/6 persone, con ovvi problemi di spazio e igiene.
Il sovraffollamento
delle strutture rende gravosissimo ed esasperante anche il lavoro del personale
(agenti di custodia, medici) dell’amministrazione penitenziaria: gli
agenti, ad esempio, sono in numero insufficiente per gestire il gran numero di detenuti e i
loro umori causati dalle condizioni di
vita, con gravi problemi di ordine interno, e livelli di stress altissimi. Problemi che lamentano da tempo.
Quindi, un
doppio problema: da una parte, detenuti che alla sanzione della privazione
della libertà personale vedono aggiungersi quella accessoria della perdita
della dignità, poiché costretti a vivere come bestie, nell’ozio più totale
quando non si trovano nelle rare strutture di eccellenza. (Vedi ad esempio Bollate).
Dall’altra, la
Polizia penitenziaria e altro personale a supporto è costretto a turni
massacranti, compiti fuori dalle normali competenze, il tutto per garantire la
vita regolare e dignitosa dei detenuti.
Quello della
situazione carceraria italiana è talvolta considerato un tema secondario:
troppo spesso si considera come dovuto il surplus
di sofferenza inflitta al detenuto e a catena, al personale di servizio: buttare via la chiave è la frase di
rito; ma il recupero di un detenuto è qualcosa che può giovare al sistema
paese: per ciò che viene commesso, è sacrosanta la detenzione quando prevista
dalla legge; ma il recupero sociale è altrettanto fondamentale: che forze
fisiche e intellettuali si perdano perchè non recuperate, è un aspetto negativo, per tutti. Il momento del
carcere come fondamentale retribuzione per il torto causato, deve essere l’occasione
per il recupero di quelle forze che poi potranno essere iniettate nel sistema
paese, per il bene di tutti. Ciò non può accadere in strutture sovraffollate,
dove le attività di base della vita dormire – mangiare – lavarsi è
difficoltosa, figuriamoci se è possibile attivare percorsi di rieducazione
adeguati.
Senza
considerare che la situazione di malessere dei detenuti si riflette anche sul
personale, a sua volta comunque rinchiuso, per le ore del servizio, fianco a
fianco con i detenuti.
È di queste
ore la notizia dell’ennesimo suicidio di
un detenuto, il 36esimo dall’inizio del 2012: tantissimi casi ogni anno, da
qualche tempo anche tra gli agenti della polizia penitenziaria, a contatto con
tali situazioni di stress. Non è accettabile, in uno paese civile e di diritto, che lo
Stato stesso con la sua inerzia agisca quasi come un aguzzino, come quei
criminali che intende perseguire, creando le condizioni che determinano tale
esasperazione e male di vivere, precondizioni di gesti estremi.
La pena è
fondamentale e non è qui messa in dubbio; che il carcere in quanto tale
determini delle reazioni di disagio come qualsiasi condizione di privazione
della libertà personale appare fisiologico; ma non è concepibile che il periodo
di detenzione sia anche un periodo di disumanizzazione, con effetti catastrofici sulla
salute dei detenuti, creando anche effetti criminogeni che inficiano il
percorso rieducativo, con il risultato finale di restituire alla società, a
fine pena, potenziali recidivi: più sicuro ma più difficil mezzo di
prevenire i delitti si è di perfezionare l'educazione scriveva Cesare Beccaria nel suo Dei
Delitti e Delle Pene. Parole sacrosante, ma la cui attuazione richiede impegno e serietà.
Inoltre, il
reinserimento è reso anche complesso per l’ostilità che gli ex detenuti trovano uscendo di carcere, da parte di una collettività non pronta ad accogliere chi ha sbagliato, certamente, ma ha anche
pagato, però.
Insomma la
pena non deve essere una violenza contro un cittadino, che chiaramente ha
commesso degli errori e deve sottoporsi ad una sacrosanta detenzione: ma la sua condanna
riguarda i suoi comportamenti e non la persona in quanto tale, che va sempre tutelata: in un Stato di diritto non esiste la tortura, la
vendetta; la differenza con i criminali deve essere anche culturale: si applica
una sanzione prevista da una legge e non la legge del taglione, perché in
quanto cittadini intendiamo marcare anche una differenza culturale con chi
delinque, con chi fa del male; per le stesse ragioni, si garantisce la dignità di chi ha sbagliato
ed è affidato all’attenzione e alla custodia di strutture pubbliche, allorché
punitive.
Se siamo diversi dai soggetti che intendiamo
perseguire, come Stato - comunità, è il caso non solo di comportarci
diversamente da chi non approviamo, perché mette in atto comportamenti
illegali, ma è necessario anche pensare
diversamente, cominciando a non tollerare o appoggiare comportamenti e
condizioni che sembrano più da aguzzino che da legittimo persecutore.
domenica 19 agosto 2012
Londra 2012: le medaglie italiane sono 29
di Lettera22
La meraviglia Olimpica si è confermata anche a Londra. Poco meno di 20 giorni pieni di
sport, d’agonismo, di competizione, di sudore, impegno, concentrazione, di
emozioni. Tutto per una medaglia, per salire sul podio e poter indossare al
collo una medaglia olimpica. Magari dopo anni di allenamenti, contro avversari
provenienti da qualsiasi parte del mondo. Perché le Olimpiadi hanno quel fascino particolare.. quello che ti tiene
incollato al televisore a seguire uno sport del quale nemmeno sapevi
l’esistenza, a tifare un’atleta del quale non conosci nemmeno il nome. Ti
prende, ti seduce, conquista la tua attenzione.. e poi ti abbandona.. ti saluta
e ti da appuntamento a fra 4 anni. Succede ogni volta, ed ogni volta ha un
fascino particolare. L’Olimpiade appena conclusa è stata un grande, grandissimo
evento di sport. Gli atleti partecipanti sono stati 10.973 (6.113 uomini e 4.860 donne), in rappresentanza delle 205 nazioni partecipanti. In mezzo a
questi numeri un’eterogeneità di storie incredibile, si va dai 530 atleti statunitensi ai 380 atleti cinesi, dai 542 atleti del Regno Unito ai 290 atleti italiani fino ad arrivare ai
4 Atleti Olimpici Indipendenti, i 2 atleti del Bhutan, i 2 della Guinea equatoriale, i 3 del Malawi… Insomma, persone diverse,
con storie diverse, provenienti da ogni parte del mondo, a competere tutti
sullo steso piano per la stessa medaglia. L’atleta del paese più ricco contro
l’atleta del paese più povero, la colonia contro il Paese conquistatore,
l’atleta cristiano contro il musulmano, tutti a sudare allo stesso modo per la
stessa medaglia. Perché in fondo lo sport, nella storia, è sempre stato il
veicolo più efficace per messaggi di uguaglianza di fratellanza, di
solidarietà. Molto di più di qualsiasi azione diplomatica.
Sono state Olimpiadi bellissime, sono state le olimpiadi di 44 nuovi record mondiali, di 117 nuovi record olimpici. Sono state le olimpiadi degli Stati Uniti, primi nel medagliere con 104 medaglie (46 d’oro, 29 d’argento, 29 di bronzo), che portano il bottino delle medaglie statunitensi nella storia dei giochi olimpici a 2.411, più di chiunque altro.
Tra gli atleti statunitensi una menzione merita Michael Phelps, l’atleta più medagliato di queste olimpiadi con 6 medaglie, ed il più medagliato nella storia dei giochi con ben 22 medaglie.
Un’altra menzione, inevitabile, va all’uomo immagine di queste olimpiadi, Usain Bolt, medaglia d’oro nei 100 mt, nei 200 mt e nella staffetta 4x100, fenomenale nel riuscire a conquistare 3 ori in alcune delle discipline più attese, ma ancor di più nel riuscire a ripetersi ed a confermarsi dopo i 3 ori nelle stesse specialità Pechino 2008.
Sono state Olimpiadi bellissime, sono state le olimpiadi di 44 nuovi record mondiali, di 117 nuovi record olimpici. Sono state le olimpiadi degli Stati Uniti, primi nel medagliere con 104 medaglie (46 d’oro, 29 d’argento, 29 di bronzo), che portano il bottino delle medaglie statunitensi nella storia dei giochi olimpici a 2.411, più di chiunque altro.
Tra gli atleti statunitensi una menzione merita Michael Phelps, l’atleta più medagliato di queste olimpiadi con 6 medaglie, ed il più medagliato nella storia dei giochi con ben 22 medaglie.
Un’altra menzione, inevitabile, va all’uomo immagine di queste olimpiadi, Usain Bolt, medaglia d’oro nei 100 mt, nei 200 mt e nella staffetta 4x100, fenomenale nel riuscire a conquistare 3 ori in alcune delle discipline più attese, ma ancor di più nel riuscire a ripetersi ed a confermarsi dopo i 3 ori nelle stesse specialità Pechino 2008.
Sono state 18 le
nazioni che hanno vinto una sola medaglia e che meritano anch’esse di essere menzionate: Algeria,
Bahamas, Grenada, Uganda, Venezuela, Botswana, Cipro, Gabon, Guatemala,
Montenegro, Portogallo, Afghanistan, Arabia Saudita, Bahrain, Hong Kong,
Kuwait, Marocco, Tagikistan.
L’Italia alla fine dei giochi si è posizionata all’8° posto del medagliere, con 8 medaglie d’oro, 9 argenti e 11 bronzi,
per un totale di 28 medaglie.
Per quanto riguarda le medaglie d’oro la parte del leone è stata fatta dai c.d. “sport di precisione”, quali tiro con l’arco (Michele Frangilli, Marco Galiazzo e Mauro Nespoli), tiro a segno (Niccolò Campriani) e tiro a volo (Jessica Rossi). La scuola italiana di scherma non ha deluso né in campo femminile né in campo maschile (Elisa di Francisca, Arianna Errigo, Valentina Vezzali, Ilaria Salvatori, Valerio Aspromonte, Andrea Baldini, Giorgio Avola e Andrea Cassarà). Medaglie d’oro, infine, anche per Daniele Molmenti nella canoa e per Carlo Molfetta nel Taekwondo.
Per quanto riguarda le medaglie d’oro la parte del leone è stata fatta dai c.d. “sport di precisione”, quali tiro con l’arco (Michele Frangilli, Marco Galiazzo e Mauro Nespoli), tiro a segno (Niccolò Campriani) e tiro a volo (Jessica Rossi). La scuola italiana di scherma non ha deluso né in campo femminile né in campo maschile (Elisa di Francisca, Arianna Errigo, Valentina Vezzali, Ilaria Salvatori, Valerio Aspromonte, Andrea Baldini, Giorgio Avola e Andrea Cassarà). Medaglie d’oro, infine, anche per Daniele Molmenti nella canoa e per Carlo Molfetta nel Taekwondo.
Al medagliere dell’Italia manca sicuramente una medaglia, la
29° - indiscutibilemte d’oro – che appartiene non ad un atleta in particolare,
ma a tutti gli sportivi da divano e, soprattutto, da bar: la medaglia d’oro nel
gioco al massacro. Questa
particolare competizione ha visto gli italiani partecipi in 2 occasioni: contro
la squadra azzurra del nuoto ed in particolare contro Filippo Magnini e
Federica Pellegrini ed, in secondo luogo, contro Alex Schwazer.
Si sa… l’italiano medio è sempre in prima fila quando si
tratta di fare “chiacchere da bar”. Ovvero quelle situazioni in cui un pensiero
superficiale e populista, di quelli che ti fanno sentir dire “bè hai ragione”,
prendono il sopravvento. Mai le chiacchere da bar hanno una connotazione
positiva.. è sempre più difficile argomentare le lodi di qualcuno piuttosto che
argomentare gli insulti rivolti a qualcuno, specialmente se quel qualcuno è in
una situazione di difficoltà. Ed allora poco importa se la Pellegrini e Magnini
vantano insieme qualcosa come 7 ori, 3 argenti e 1 bronzo tra olimpiadi e
mondiali. La loro storia d’amore è una motivazione abbastanza valida per fare
della facile ironia su dei risultati non troppo brillanti a Londra 2012. Senza
dimenticare che non sono stati solo loro due a non raggiungere i risultati
sperati, ma tutta la squadra azzurra ha completamente deluso. Forse Magnini
aveva ragione a dire che la preparazione è stata sbagliata? No, no.. disquisire
di preparazione è troppo tecnico e noioso, è più facile e divertente
nell’ambiente “da bar” spiegare i mancati risultati con la loro relazione.
Discorso un po’ diverso è quello di Schwazer. Ha provato ad imbrogliare ed ha deluso tutti, i suoi tifosi, i suoi cari, i suoi genitori, il suo allenatore, la sua fidanzata, ma soprattutto sé stesso. Anche qui il qualunquismo ed il populismo l’hanno fatta da padrone. In pochi secondo me, dopo aver appurato la sua positività alle sostanze dopanti, hanno speso 15 minuti della loro vita ad ascoltare ciò che aveva da dire a riguardo di questa triste storia. L’immagine di Schwazer che è uscita dalla conferenza stampa è l’immagine di un ragazzo debole, non di un supereroe atleta invincibile disposto a tutto pur di ottenere una medaglia. Sembrava più che altro un ragazzo che non è stato in grado di reggere le pressioni che aveva addosso e che lui stesso ha contribuito a creare. Ben presto il peso del suo imbroglio lo ha sotterrato, tanto da autocondannarsi effettuando un test antidoping pur sapendo di essere positivo, quando (regolamento alla mano) poteva evitare il test stesso. Si è consegnato alla giustizia sportiva e, in un secondo momento, si è presentato in sala stampa, mettendo la faccia davanti al suo errore. L’errore resta, ma errare fa parte della natura umana. Gli organi preposti saranno chiamati a giudicarlo ed ad infliggergli la giusta pena.
Io da persona civile e razionale non posso che rispettare l’uomo nella sua umanità, non posso che rispettare il ragazzo che, evidentemente, ha dei problemi e che è caduto in errore. Non me la sento di puntare il dito contro di lui, perché il dito contro se lo è puntato da solo, ed è stato il gesto più importante.
Infine, non dimentichiamo che se la Pellegrini o Magnini avessero portato a casa delle medaglie, o se Schwazer fosse riuscito ad eludere i controlli ed avesse ripetuto l’impresa di Pechino, vincendo un nuovo oro olimpico, negli stessi bar dove sono stati demoliti, questi ragazzi probabilmente sarebbero stati osannati come dei Campioni veri.
Discorso un po’ diverso è quello di Schwazer. Ha provato ad imbrogliare ed ha deluso tutti, i suoi tifosi, i suoi cari, i suoi genitori, il suo allenatore, la sua fidanzata, ma soprattutto sé stesso. Anche qui il qualunquismo ed il populismo l’hanno fatta da padrone. In pochi secondo me, dopo aver appurato la sua positività alle sostanze dopanti, hanno speso 15 minuti della loro vita ad ascoltare ciò che aveva da dire a riguardo di questa triste storia. L’immagine di Schwazer che è uscita dalla conferenza stampa è l’immagine di un ragazzo debole, non di un supereroe atleta invincibile disposto a tutto pur di ottenere una medaglia. Sembrava più che altro un ragazzo che non è stato in grado di reggere le pressioni che aveva addosso e che lui stesso ha contribuito a creare. Ben presto il peso del suo imbroglio lo ha sotterrato, tanto da autocondannarsi effettuando un test antidoping pur sapendo di essere positivo, quando (regolamento alla mano) poteva evitare il test stesso. Si è consegnato alla giustizia sportiva e, in un secondo momento, si è presentato in sala stampa, mettendo la faccia davanti al suo errore. L’errore resta, ma errare fa parte della natura umana. Gli organi preposti saranno chiamati a giudicarlo ed ad infliggergli la giusta pena.
Io da persona civile e razionale non posso che rispettare l’uomo nella sua umanità, non posso che rispettare il ragazzo che, evidentemente, ha dei problemi e che è caduto in errore. Non me la sento di puntare il dito contro di lui, perché il dito contro se lo è puntato da solo, ed è stato il gesto più importante.
Infine, non dimentichiamo che se la Pellegrini o Magnini avessero portato a casa delle medaglie, o se Schwazer fosse riuscito ad eludere i controlli ed avesse ripetuto l’impresa di Pechino, vincendo un nuovo oro olimpico, negli stessi bar dove sono stati demoliti, questi ragazzi probabilmente sarebbero stati osannati come dei Campioni veri.
Ed allora sì.. le medaglie italiane non sono 28… sono 29.
mercoledì 15 agosto 2012
L’Articolo 21 della Costituzione vale anche per i magistrati?
di Un Luigi qualunque
E’ di queste settimane la notizia che a carico
del Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta il Dottor Roberto
Scarpinato, è stata aperta presso il CSM una pratica per il suo trasferimento d’ufficio
e che la richiesta di apertura della pratica è stata trasmessa dal Comitato di
presidenza del CSM alla Procura generale presso la Corte di Cassazione per
eventuali iniziative disciplinari. Il tutto a seguito di
un suo intervento pubblico, nel corso delle celebrazioni in ricordo della
strage di Via D’Amelio
Il
Procuratore ha richiamato, in una lettera a Paolo Borsellino, le responsabilità
di chi ipocritamente celebrea i magistrati antimafia ma poi, a vario titolo e in vario modo, fa del male, a suo parere, al Paese,
con comportamenti e azioni così diverse da quelle di Paolo Borsellino e altri
uomini che servendo lo Stato hanno posto il loro interesse dopo quello della
collettività.
Ancora una volta il tema della libertà di
espressione torna alla ribalta, in particolare quando a parlare è un
magistrato. E non poco rovente, come al solito, il dibattito che ne è
scaturito; e non pochi colororo che hanno strumentalizzato la questione.
La critica, il dibattito non si è focalizzato
sul merito dell’intervento di Scarpinato, nei confronti del quale ciascuno trae le proprie
riflessioni e conclusioni, la polemica si è focalizzata sull’opportunità o
meno, e per ciò solo, di fare certe considerazioni.
Forse è strano considerare che la libertà di
espressione possa valere per tutti, criminali, nemici, amici... e anche per i
magistrati? essere magistrato contiene un inevitabile rinuncia o limitazione di
certi diritti?
Si dice in questi casi è una ragione di opportunità, il magistrato deve essere imparziale e
sembrare imparziale; certo, ma un magistrato è un cittadino che parla e
pensa come chiunque altro, che ha delle idee e le manifesta con i più diversi
strumenti, come qualsiasi altro cittadino. Cosa diversa sono le idee e
considerazioni espresse nell’esercizio delle proprie funzioni, nell’espletamento
delle quali il magistrato parla per
mezzo degli atti che emette (tipizzati dal codice di rito): è quello lo
strumento con il quale il magistrato comunica nell’esercizio delle sue funzioni
ed è attraverso tali atti che i cittadini verificano l’imparzialità, la chiarezza,
la perizia tecnica e scientifica del magistrato. Come di solito è fatto per
qualsiasi professionista: che il proprio medico di famiglia abbia idee
reazionarie o progressiste poco interessa; ciò che ci si aspetta da lui è che
sia scientificamente preparato e che i suoi atti (prescrizioni, diagnosi, ecc)
siano corrette.
I magistrati come chiunque altro cittadino
hanno diritto di esprimersi come meglio ritengono, ex art. 21 Cost e nei limiti
dei diritti altrui, come accade per chiunque, esponendosi alla critica
nell’ambito della normale dialettica democratica.
L'idea che essere magistrati possa voler
significare avere un po’ meno libertà di espressione (autoimposta o non) francamente
non convince.
La magistratura in quanto tale è assolutamente criticabile, come chiunque e qualsiasi cosa lo è in democrazia: ma la critica, la discussione deve avvenire nel merito delle cose, argomentando i punti di vista; se si riduce a critica "di principio" è poco seria, è poco credibile.
La politica, una certa politica, che come al
solito non si lascia sfuggire l’occasione per critiche e censure, pare ricadere
nella solita cattiva fede: i magistrati sono bravi e ligi al dovere quando si occupano degli altri; diventano pericolosi
e sovversivi quando parlano, si occupano, indagano, riflettono, su (certi)
colletti bianchi.
venerdì 27 luglio 2012
Il Caimano tecnico
di Un Luigi qualunque
Nelle ultime settimane il Cav ha manifestato la volontà di scendere in campo (ma era andato via?),
presentandosi come candidato del c.d. centro destra. La notizia sorprende,
soprattutto alla luce dei risultati precedenti : i Governi Berlusconi non
hanno prodotto in tanti anni quella rivoluzione e innovazione dello Stato che
era stata promessa
Indipendentemente dai giudizi personali, è politicamente che il Cav ha
fallito. Serenamente, si potrebbero trarre le opportune conseguenze: è il
momento di fare un passo indietro, di fare spazio, a maggior ragione in un
periodo in cui tutti si riempiono la bocca con lo slogan largo ai giovani , appare difficile comprendere come può un
74enne guidare ancora il Paese, come può un 74enne progettare adeguatamente un
futuro che, per ragioni anagrafiche, non vedrà.
Per il PDL un’altra occasione persa: i programmi di Alfano, da meno di un
anno nominato segretario politico del partito, sono andati in fumo. In questi
mesi si è discusso delle primarie,dei congressi, della democrazia interna e
poi, con un comunicato stampa , i titoli di LIBERO e IL GIORNALE, le dichiarazioni
dei fedelissimi, tutto è stato spazzato via in un attimo, mettendo da parte il
segretario per fare largo al capo.
Un’altra occasione persa per trasformare il PDL, da partito
carismatico, a moderno partito conservatore
europeo. Eppure sui buoni propositi di Angelino non ho dubbi: l’intenzione di cambiare le cose c’era, ma l’abitudine
ad avere il capo chino nel PDL, ad assecondare il capo sempre e comunque, a non
contrastarlo con un sano contraddittorio (come si fa con i veri amici) hanno
fatto perdere un’altra occasione
Le intenzioni di B sono chiare; nella sua scelta c’è la consapevolezza che
senza di lui il PDL subirebbe una sonora batosta alle prossime elezioni
politiche ; ecco il perché del suo intervento: la possibilità di recuperare
qualche punto percentuale, ma non per vincere: nel partito sanno che questa non è una prospettiva concreta; lo scopo è non perdere, riuscire a recuperare qualche voto così da essere nelle condizioni di
partecipare ad un nuovo Governo di larghe intese, un nuovo governo tecnico,unica alternativa nel caso il risultato delle urne delineasse uno scenario
politico frammentato e senza una forte maggioranza in grado di esprimere un
Governo; questo è lo scopo, risultare diversamente vincente, essere ancora una
volta ago della bilancia, avere voce in capitolo nelle scelte politiche del
prossimo futuro.
L’Italia deve capire cosa vuole fare e se vuole cambiare: nel 2013, a detta
di alcuni economisti, si sarà quella che è stata definita la tempesta perfetta,
con la più violenta manifestazione degli effetti della crisi.
Non possiamo permetterci
ritorni al passato, promesse roboanti, sorrisi smaglianti e ottimismo fumoso:
l’Italia ha bisogno di scelte serie e scomode, per tornare finalmente
all’ottimismo della ragione, l’ottimismo di chi è forte, l’ottimismo di chi è
sicuro di se
giovedì 21 giugno 2012
Un sogno chiamato €uropa
di Lettera 22
Come spettri del passato, si sente nuovamente parlare di
lira, dracma, peseta… C’è addirittura chi parla di SEuro e di NEuro,
ipotizzando in un futuro non così remoto una doppia valuta, una per i Paesi più
diligenti del Nord Europa, ed un’altra per i Paesi con i conti meno in ordine
del Sud Europa. Era intorno a Maggio 2010 quando i mercati finanziari
cominciarono a riprezzare i rendimenti dei titoli di Stato dei diversi Paesi
appartenenti all’Unione Monetaria in virtù dei rispettivi indicatori
macroeconomici. In quel momento un faro fu puntato sull’Eurozona e non ci volle
molto ad accorgersi che, al di là di un’unità monetaria sancita da una moneta
unica, i Paesi adottanti l’Euro soffrivano e soffrono di enormi disparità
fiscali ed economiche che rendono la struttura Europa troppo fragile.
L’argomento è noto. I politici europei conosco bene la
malattia, ma sono da 2 anni alla ricerca della medicina. L’unica medicina che finora
è stata somministrata al malato sono stati gli aiuti derivanti dalla BCE o dal
EFSF. Quindi sostanzialmente noi stessi cittadini europei ci siamo messi le
mani in tasca per aiutare l’Europa stessa. Nello specifico, a noi cittadini
italiani gli aiuti sino ad ora erogati sono costati circa 50 miliardi di euro. La
medicina chiaramente non ha funzionato. Il malato è sembrato star meglio per
2/3 settimane, salvo poi ricadere nella crisi più totale.. Sono cambiati solo
gli interpreti, una volta l’Irlanda, una volta la Spagna, una volt la Grecia,
una volta l’Italia, ma la malattia è sempre la stessa. Oggi più che mai ci
sentiamo sull’orlo del precipizio. Questo fine settimana le elezioni in Grecia
sembrano rappresentare uno spartiacque tra una soluzione ancora possibile
(l’eventuale vittoria di Samaras consentirebbe alla Grecia di restare ancora
nell’euro?) o l’inevitabile deriva (Tsipras, capo della sinistra radicale
Syriza e principale avversario di Samaras, considera carta straccia l'intesa
sui tagli e le misure economiche concordata con la Troika).
Se anche l’elezioni in Grecia dovessero avere un risultato €uro-oriented
e se l’ultimo salvataggio di 100 miliardi di € indirizzato alle banche spagnole
dovesse avere un effetto rassicurante nei confronti dei mercati non potremmo
certo dire che la crisi dell’eurozona è finita. Anzi, ahinoi è molto probabile
che le prossime vittime delle manovre speculative – derivanti in gran parte
dalle grandi potenze economiche al di là dell’Oceano – potrebbero essere i
titoli del debito pubblico italiano.
Il vero problema di questa crisi è che siamo di fronte non
tanto ad una crisi degli Stati dell’Eurozona, ma siamo di fronte ad una crisi
dell’Eurozona stessa. L’Europa, così come è concepita oggi è semplicemente un
unione di Stati che adottano una stessa moneta ma che non adottano misure e
politiche tra loro coordinate. La mancanza di figure di riferimento a livello
europeo che dovrebbero aver preso la situazione in mano negli ultimi due anni è
palese. Fino ad ora l’europa è stata governata dal duo Merkel-Sarkozy che,
ragionando, da guide di singoli Paesi e non da guide europee si sono sempre
opposti a misure collettive europee nelle quali Paesi più virtuosi come
Germania e Francia si sarebbero trovati a pagare per Paesi meno virtuosi come
Grecia, Irlanda e Spagna. Quest’impostazione, dettata indubbiamente anche da
una manovra di campagna elettorale in previsione dall’avvicinarsi delle
elezioni politiche in Francia e Germania, ha portato nell’area euro a cambi di
governo, manovre pesantissime nei confronti dei cittadini (in Italia se ne
contano ben 2 tra Agosto e Novembre). Soluzioni che si sono dimostrate
temporanee, salvo poi il riacutizzarsi di nuovo delle solite tensioni. Un
esempio su tutti: Mario Monti è stato incaricato di formare un unovo Governo il
9 Novembre 2011, con lo spread sui titoli decennali che superava i 500 punti
base ed un tasso di rifinanziamento su brevi scadenze dei nostri titoli di
Stato pari al 7%. Oggi il nostro Stato non emette a brevissimo al 7%, ma lo spread
sui titoli decennali è aumentato di nuovo pericolosamente.
L’Europa è ferma da 2 anni davanti ad una crisi di
dimensioni enormi, principalmente per la continua opposizione della Germania e
del suo cancelliere Angela Merkel, che si oppone a meccanismi collettivi nei
quali la Germania, in questo momento dovrebbe pagare anche per Stati che hanno
i conti meno in ordine. Il meccanismo degli Eurobond, dell'european stablity
mechanism (ESM) non sono ancora stati definiti semplicemente perché non c’è
accordo sulle misure di contribuzione dei Singoli Stati. Da parte di tutti i
cittadini c’è la sensazione che si stia giocando ad un gioco troppo pericoloso,
che si stai tirando troppo la corda.
Senza considerare che gli altri Paesi sforzi enormi li hanno
fatti, chiedere per conferma ai cittadini italiani, spagnoli o irlandesi. Gli
Stati più virtuosi, quali Germania e Francia, non possono restare insensibili a
quanto fatto sino ad ora al di fuori dei propri confini nazionali e dovrebbero
con senso di responsabilità rivedere le proprie posizioni.
A questo punto occorre forse porre una domanda: ma se fosse
proprio la Germania, che con il suo atteggiamento ostruzionista sta creando i
presupposti per la disgregazione della moneta unica, ad uscire dall’Euro? Se
oggi la Germania tornasse al marco sarebbe ancora l’economia più florida
dell’area Euro? Se oggi la Germania
dovesse uscire dall’euro e tornare ipoteticamente al marco, la sua valuta
sarebbe così forte che avrebbe un tracollo in tutte le esportazioni delle sue
eccellenze, a partire dalle automobili, sino ad arrivare agli elettrodomestici,
i macchinari industriali, ecc… La magnifica macchina produttiva tedesca non
trova il suo maggior consumatore nel mercato domestico, bensì nell’export. Ma
in uno scenario in cui i costi di importazione (per i Paesi che importano dalla
Germania) improvvisamente aumentassero del 40%, 60%, 80% o addirittura 100%
l’economia tedesca sarebbe messa in ginocchio nel giro di brevissimo tempo.
Non sarebbe forse il caso che i vari capi di Stato degli
altri Paesi dell’area euro si facciano più coraggio e aumentino il loro peso
specifico in sede di incontri/colloqui quando sono chiamati a cercare delle
soluzioni condivise per salvare non dei singoli Stai ma l’Europa intera?
Perché in fondo, se non cominciamo a pensare che esista
l’Europa e che nei confronti delle altre potenze mondiali occorre comportarsi
da Europa, l’Europa stessa è solo un sogno destinato a rimanere tale…
venerdì 15 giugno 2012
Non per altro
di Un Luigi Qualunque
La grande paura è che torni tutto come (peggio di) prima.
La grande paura è che torni tutto come (peggio di) prima.
I partiti oramai bolliti e mal visti dalla maggioranza dei cittadini cercano riparo dietro il
paravento del governo tecnico, incaricato di attuare misure dure e depressive
per salvare il salvabile. La politica che non sa fare politica certifica il suo fallimento delegando
la non politica nell’amministrazione della cosa pubblica; peggio ancora, prospettando
l’eventualità di un Monti bis dopo il 2013: come dire, fallimento e veglia
funebre della politica, per se stessa.
Nel frattempo, i leader dei principali partiti italiani (o almeno credono di esserlo) passano da un
vertice all’altro, da una foto all’altra, da un quadretto di famiglia all’altro
(e annessa foto per twitter), il tutto per il bene del paese, ma poi nei voti in Parlamento, nelle polemiche e nel teatrino quotidiano
il rinnovamento di facciata, auspicato e sbandierato, è tradito e accantonato.
Il Governo in carica suscita sentimenti contrastanti nell’opinione
pubblica: da una parte la sensazione di un atteggiamento diverso, dai
comportamenti e toni finalmente istituzionali, francamente (e finalmente) da democrazia occidentale, nonché la percezione
di persone che stiano operando responsabilmente, indipendentemente dal merito
delle scelte criticabili o no, da ciascuno di noi, come giusto che sia (non sono i depositari del sapere). Un'attività di governo che si svolge, pur in un contesto difficile, in modo assolutamente fisiologico, con un dibattito in cui ci si chiede soltanto (finalmente!) se sia giusto o
sbagliato un provvedimento, se sia efficace o non l’operato di un ministro e non se sia legale o non legale, imbarazzante o
non imbarazzante. (vedi storia d’Italia degli ultimi quindici anni.)
Dall’altra, le durissime misure anti crisi, la percezione che qualcosa che
accade intorno a noi possa travolgerci (vedi Grecia e Spagna), sta sicuramente fiaccando la resistenza degli italiani assediati su ogni fronte.
La paura è che dal 2013 quel minimo di luce (istituzionale) che si sta
vedendo in questi mesi, scompaia, per il ritorno galoppante dei soliti partiti
e partititi, dei soliti segretari di partito e capogruppi, dei soliti noti,
delle varie parentopoli, puttanopoli, tangentopoli, affittopoli, tutto
rigorosamente a loro (e soprattutto nostra) insaputa.
Allora uno ha la ingenua speranza che ciò non accada, che le cose possano
essere diverse, per soddisfare quella aspettativa diffusa tra tanti, di poter
abitare in un paese normale. Non per altro.
giovedì 26 aprile 2012
Antipolitico a chi?!
di Un Luigi Qualunque
Non pare ci
si possa sorprendere per quello che sta accadendo.
La
sensazione è che l’amministrazione della cosa pubblica sia sempre più un’attività non trasparente. In questi mesi, le varie indiscrezioni,
indagini, inchieste, stanno rivelando particolari e situazione che, a sensazione,
erano noti ai più.
Si dirà che è il solito qualunquismo (potevate
aspettarvelo da uno che si firma Qualunque);
che si spara nel mucchio senza considerare che ci sono tanti singoli
onesti, persone serie in Parlamento: ma al momento sono surclassati dagli altri, e la loro azione non si vede o non
ha effetto. Stiamo, quindi, alle evidenze.
Il
qualunquismo è al momento alimentato dai partiti che non mostrano alcun
atteggiamento virtuoso atto a ricostruire una migliorare reputazione agli occhi dei
cittadini. I parlamentari sono focalizzati sul mantenimento, accrescimento e
godimento dei vantaggi e delle guarentigie che derivano dal loro status; affrontano la legislatura come
se fosse la conseguenza della partecipazione a un open buffet (prendi più che puoi); inoltre, l’arroganza con la
quale questi soggetti sono soliti relazionarsi ai “comuni cittadini” è, francamente, inaccettabile.
Il punto più alto di questo fallimento è
rappresentato dal c.d. governo tecnico, che è appunto la (auto) certificazione
del fallimento della politica: i partiti oramai bolliti, si fanno da parte e affidando
la gestione della cosa pubblica ai non politici. Non è una novità: è la stessa
logica dei vari commissari straordinari che negli ultimi venti anni e più, si
sono succeduti nella gestione (spesso discutibile) delle più svariate questioni
(immondizia, mondiali di nuoto, terremoto dell’Aquila, ecc): la politica
certifica il proprio fallimento, arretrando, e lasciando (sempre più)
l’ordinaria amministrazione a soggetti diversi.
Di
conseguenza, verrebbe da concludere che i partiti sono la vera espressione dell’antipolitica, lo sono per
definizione: proprio perché vengono
meno, rinunciando, per incapacità e indifferenza, all’amministrazione della
cosa pubblica; certificando il loro
status di antipolitici affidando i loro compiti a soggetti estranei ai partiti;
mostrando la loro inadeguatezza nell’attività gestionali e decisionali.
Sempre più allora sono“politici” quei
cittadini che avanzano proposte concrete, che cercano di organizzarsi in forma
sempre più strutturate per dare voce a istanze serie ed attuali, non trovando sponda e intrerlocutori nei rappresentanti dell’antipolitica
presenti in Parlamento, che invece sono organizzati
in entità prive al loro interno di un
qualsivoglia assetto democratico, che
garantisca la rappresentatività e partecipazione ai comuni cittadini,
desiderosi di vivere attivamente la vita
politica del Paese.
Dalla consapevolezza
della situazione, e del crescente malcontento generale, deriva la paura dei professionisti dell’antipolitica
presenti in Parlamento nei confronti dei vari movimenti che, senza alcun finanziamento pubblico, si
organizzano e strutturano per portare avanti nuove proposte.
Il Movimento
5 stelle, il più attivo tra questi, è costituito da cittadini delle più svariati
appartenenze, che, da quanto si può leggere on line, avanzano proposte (comunque la
si pensi) strutturate ed argomentate; i
pseudo leader e segretari di partito tendono a snobbare questi movimenti; i
mass media li boicottano; entrambi li attaccano in modo vago e confuso, senza
mai sfidarli sugli argomenti, ed è in questo modo che svelano la loro
debolezza.
In particolare il Movimento 5 stelle è
accusato di essere in mano ad “un comico”, e quindi di per se poco credibile: è chiaro che solo l’ignoranza, o più
probabilmente la malafede, non fa intendere che Beppe Grillo è solo la faccia
(nota) utilizzata per dare visibilità ad un movimento boicottato dai mezzi di
comunicazione tradizionali e dal sistema dei partiti; ed è soltanto questo, dal momento che Grillo non
risulta candidato in alcuna competizione elettorale, e ha più volte manifestato
l’intenzione di non candidarsi. Comunque
la si pensi, questo movimento o altri
del genere, vanno sfidati sui contenuti e non lanciando generici e vuoti
attacchi personali.
Il clima del
Paese è pesante; mentre molte famiglie sono in difficoltà, i partiti hanno i
conti correnti con decine di milioni di euro (di soldi pubblici); assistiamo
all’ipocrisia di soggetti che, travolti da scandali sulla disinvolta gestione
dei propri fondi, ipocritamente cacciano
via i tesorieri ma si tengono il tesoro. Segretari di partito che non
si accorgono della sparizione di decine di milioni di euro dai conti del partito;
Umberto Bossi, che per anni ha censurato
i costumi di Roma ladrona, ora appare un padre che non sa cosa fa il figlio, un
segretario di partito che non sa come è amministrato il partito (idem Rutelli),
o peggio, che resta inerte di fronte a spese folli, salvo poi dichiarare che
sono state sostenute a sua insaputa.
La Lega che agitava
i cappi negli anni 90’, denunciando le
ruberie romane, si ritrova
nell’imbarazzante situazione di dover spiegare come mai quei cappi sono infilati
adesso al collo dei vertici del partito, per mano di altri leghisti. Roberto Maroni,
che solo pochi mesi fa ha rischiato di essere silurato dai suoi, adesso sta facendo piazza pulita, con epurazioni
sommarie ad personam, armato di
ramazza verde (di precisione, alcuni via altri no). - circa le dinamiche leghiste, rimando al precedente
articolo http://litaliacapovolta.blogspot.it/2012/01/la-lega-nord-non-ce-lha-duro.html.-
Insomma, non
basta costituirsi in partito per essere “politici”; non basta sedere nei
palazzi romani per essere politici; non basta autodefinirsi politici.
Adoro i partiti politici: sono gli
unici luoghi rimasti dove la gente non parla di politica,
scriveva Oscar Wilde, ed oggi più che ami questa riflessione è veritiera: la
politica è l'arte di governare le società; è l’attività di coloro che si trovano a governare, quanto il confronto
ideale finalizzato all'accesso all'attività di governo o di opposizione; tale
attività richiede cultura e rispetto della cosa pubblica.
Quindi ,
forse, la definizione di antipolitico, e/o la politicità di un movimento, di un
partito o di un gruppo di cittadini organizzati, è qualcosa di diverso dall’autoreferenzialità
dei partiti, che al momento appaiono, piuttosto, il vero simbolo dell’antipolitica.
domenica 18 marzo 2012
Non è solo un mercoledì
di SymonaP.
E allora apri un giornale, un quotidiano qualsiasi e nella migliore delle ipotesi le prime notizie che ti capitano sotto mano sono quelle di cronaca: caso Concordia, caso Parolisi, caso Scazzi.
Se sei un po’ più fortunato, invece, ti capitano quelle di politica interna, come quella che ti dice che un certo Lusi, tesoriere di quel partito ormai di cui nessuno conosce più il volto – semmai un volto lo abbia avuto – ha rubato dalle casse dello stesso partito di cui era tesserato. Ma a chi ha davvero rubato? Alla ex Margherita, ai suoi colleghi, allo stato? Non sarebbe forse più corretto dire e urlare che quel signor Lusi ha rubato dalle tasche di chi in quel partito ci credeva e credeva nei suoi esponenti? E si fa a scarica barile…e del resto come siamo bravi a farlo in Italia. Lusi accusa Rutelli, Rutelli lo accusa a sua volta, e tutti accusano il sistema italiano…ma quale sistema? Quello del mangia mangia? Sì, proprio quello…
E allora mi decido a girare pagina, pensando che di quel sistema io ne ho troppe piene le tasche, le stesse in cui ho sentito infilarci una mano e prendere dei soldi.
Ma mi imbatto nelle tangenti che si sono “spartite” il Pdl e la Lega Nord in quel della Lombardia…e anche qui questione di soldi, questione di scarica barile, questione di corruzione. Questione di uno sporco sistema…
Volto di nuovo pagina.
Con molta cautela, prendo l’estremità della pagina destra del giornale che sto leggendo. Fra il pollice e l’indice afferro quell’angoletto di carta e giro la pagina… Articolo 18!
E ora mi ritrovo a leggere articoli sulla tutela dei lavoratori,sull’importanza dell’articolo nominato e sulla possibilità o meno di modificarlo, o snaturalizzarlo. Ma cosa si dovrebbe modificare? Cosa si vorrebbe eliminare? A me sembra che si voglia eliminare innanzitutto ciò che esso rappresenti. E se quell’articolo rappresenta la parola “tutela”, allora è proprio quest’ultima che si vuol far venir meno. Quella dei lavoratori, degli operai, quella di chi in questa Italia ci mette le braccia, la fatica, il sudore. E l’unica cosa che fa ricordare alla massa che esiste ancora la tutela del lavoratore che lotta per una vita migliore sembra essere una canzonetta sanremese dal titolo “Non è l’inferno”. E leggo la disputa tra governo, confindustria, sindacati, partiti, e capisco che si sta parlando di una cosa su cui non c’è proprio nulla di cui discutere.
Capisco che si parla di modificare/eliminare un articolo che tutela il lavoratore, quando mi pare di capire che, in realtà, la classe dei lavoratori stia inesorabilmente scomparendo. E sembra che me ne accorga solo io…e allora che si fa? Si volta pagina ancora…conscia del fatto che ne girerò ancora moltissime prima di arrivare a capire che non posso solo voltare una pagina.
Mi imbatto in altre notizie – news fa più cosmopolita, ma io voglio essere italiana prima di tutto. Quelle economiche. Ecco allora che incrocio parole come “crisi finanziaria”, “Piazza Affari in ribasso/rialzo” (anche se il rialzo sembra sempre una chimera), ecco che mi perdo nelle altalene dello “spread” – e non spiegherò cosa sia, perché sembra che non si parli d’altro, ormai.
E continuo a perdermi nelle altalene – quelle decisamente al rialzo – del prezzo della benzina. Aumenti che giustificano la celebre frase “oro nero” per indicare appunto il petrolio. Aumenti che spingono tutti a pensare che la bicicletta sia il miglior mezzo di locomozione, ma come si fa quando si lavora troppo distanti dalla propria abitazione – per chi un lavoro ce l’ha? Quando si deve correre da una parte all’altra della città, per prendere i bimbi a scuola, per rientrare a lavoro, per ritirarsi a casa? E come si fa quando fa freddo, c’è la neve, la pioggia, il vento? L’auto sembra essere la soluzione a tutto. Ma si potrebbe optare per un’auto a metano? A gas? O, volendo proprio esagerare, per una macchina elettrica? Sì, si potrebbe, se tanti gruppi di interessi – da tutte le parti – evitassero di fare così tanto i propri interessi…Sarà un caso che un sinonimo sia “gruppi di pressione”? Quanta pressione, in effetti! E con tutta questa pressione come posso continuare a leggere le notizie di economia?! Non ce la faccio e passo oltre…
Pagina: “dal mondo”. Deliziamoci.
La questione dei marò in India e la morte di un ingegnere italiano in Africa, con conseguente dispute diplomatiche fra Roma-Nuova Delhi e Roma- Londra. Scopro con tanta amarezza che questo paese continua a contare poco a livello internazionale, scopro che siamo alla mercé di qualsiasi altro stato e scopro che malauguratamente i nostri politici, i diplomatici, il governo, sembrano non capire che ciò di cui si parla sui giornali, le dispute con India e Gran Bretagna, non sono partite di calcio, ma vere e proprie operazioni diplomatiche e militari che non riusciamo a portare avanti e a concludere in maniera positiva per il nostro paese, per il nostro popolo.
Mi accorgo che una partita di calcio ha più importanza, e che se ci rendessimo conto che la diplomazia è una cosa seria e non l’ultima manche di Risiko, forse, riusciremmo anche a rispondere alla massima di Wiston Churchill, il quale sosteneva: gli italiani perdono le guerre come fossero partite di calcio e le paratite di calcio come fossero guerre, spiegando che magari le cose da allora sono cambiate. Ma, sono cambiate? Stando ai fatti sembrerebbe proprio di no…
Faccio due calcoli e se l’attualità è stata trattata, la politica pure, l’economia non ne parliamo, la pagina degli esteri altrettanto, allora cosa rimane? Rimane la pagina sportiva…e vabbè allora mi rifiuto a prescindere e decido di chiuderlo, il giornale.
E chiudendolo mi accorgo che davvero non ho nulla da fare? Riaprire il giornale, guardare la tv? Neanche a dirlo…leggere, potrei. Lo faccio. E dopo poco capisco che c’è ancora qualcosa che non va, perché rimbombano una dietro l’altra tutte le tristi notizie apprese dal quotidiano.
La politica corrotta, la crisi economica infinita, la precarietà del lavoro e la volontà di uccidere ancora di più quel poco che ne rimane, la cronaca nostrana, quei delitti a cui non riusciamo mai a trovare un colpevole. Capisco che leggere non mi aiuta come avrei pensato, perchè sebbene un libro mi porti in un altro mondo, quello da cui voglio fuggire sembra correre più veloce di me.
Ma è solo un mercoledì sera, e i mercoledì sera nelle piccole città come la mia non c’è molto da fare. Solitamente si rimane a casa, perché in fondo è un giorno qualunque, infrasettimanale, non ha mica la stessa importanza di un venerdì o un sabato sera?!?!? Qualsiasi cosa ciò significhi.
Ma non fa niente, chiamo un paio di amiche e dico loro di voler uscire. Ok, si esce. La prima cosa che capita a tiro, tanto è mercoledì, cappotto e via.
Sono le 22 di una sera anche abbastanza fredda, del resto nei giorni scorsi ha nevicato in città e la gelida aria che pizzica sotto il naso e nelle ossa si sente tutta, in effetti. Nessuno in strada, e non mi meraviglio. E’ mercoledì, e poi fa freddo, troppo per scendere e troppo per camminare a piedi. Decidiamo di andare in un locale, una birra – pensiamo – ci riscalderà. Non potevamo immaginare che ci avrebbe riscaldato tutt’altro.
Entriamo. Quel locale ci piace perché sembra di essere in qualche città straniera, così lontana da noi, dalle nostre abitudini, dall’Italia.
E’ un locale fumoso e fumante, del fumo delle sigarette, ma anche del fumo della vita che si respira…
E nel sederci ad un tavolo, notiamo che il palchetto dritto di fronte a noi è allestito. Una consolle, non all’ultima moda, senza computer e senza stranezze tecnologiche. Una consolle che nelle sua semplicità emana odore di buono, emana calore…eppure non è nemmeno in funzione.
E notiamo tanti disch. La perspicacia che ci contradistingue ci aiuta a capire che c’è una serata, ma non potevamo pensare che era una serata particolare.
Il dj sale sul palchetto – palco forse è un po’ esagerato – ed è subito a suo agio. Si capisce all’istante che quello è il suo mondo. Con mani che sembrano toccare la cosa più sacra che esiste, mette il primo disco…poi il secondo. E poi magia: invita le persone del locale a dargli i loro vinili.
Non capisco. Davvero la gente ha portato con sé dei dischi? Sì, lo ha fatto!
Uno dopo l’altro li mette tutti e tra una canzone e la successiva spiega – lui che evidentemente conosce tutto ciò che riguarda la musica – mille aneddoti che riguardano questo o quell’altro brano.
E così ti perdi in sonorità che magari nemmeno ti appartengono, ma che di fondo fanno da cornice a qualcosa di ben più importante, la consapevolezza di ciò che si ascolta. E allora capisci che ogni canzone, più o meno bella, più o meno accattivante, o romantica, ha una vita che esula da te ma che contemporaneamente si lega a ciò che sei. Una canzone che nasconde dentro di sé una storia, e che poi ha la forza di legarsi intimamente a te attraverso un ricordo. E allora ascolti con attenzione qualsiasi cosa ti viene proposta, perché se anche non è il tuo “genere” – eppure io diffido da chi distingue la musica in “generi”, perché penso che essa sia semplicemente arte – è comunque bello ascoltare e perdersi nelle note di Battiato con I treni di Tozeur, una poesia che mi porta in un mondo dove regna solo la fantasia, o in quelle di Mina, dei Pink Floyd. E’ bello scoprire che negli anni ’80 esistevano gli Shampo che cantavano improbabili cover dei Beatles e che quel gruppo nacque per goliardia. Oppure che Loredana Bertè ha avuto una relazione con Andy Warhol, o che un certo Buddy Holly presentò la sua canzone “Peggy Sue” in modo del tutto anticonformista: nella sala d’aspetto, mentre attendeva di essere ricevuto da un certo Alan Freed…
E la serata va avanti a suon di vinile, di sorrisi, di ammiccamenti e note musicali, fermando gli attimi in uno spazio temporale da cui non si vorrebbe più uscire.
Capiamo che siamo capitate in un altro mondo. In un mondo lontano anni luce dai quei riflettori di un tempo, quello in cui viviamo, che non ci appartiene, che non vogliamo. Ci rendiamo conto di essere capitate in un mondo parallelo in cui la musica è vita ed è viva come vivo è il suono del vinile che gira sul piatto sotto la puntina del braccio del giradischi…e se ogni tanto si sente il fruscio, è solo il suono di un vinile un po’ vecchiotto, ma che ci piace, e ci piace tanto, perché sa di qualcosa che è stato vissuto, toccato, usato più e più volte, di qualcosa che è stato ascoltato.
E in questo tempo in cui non si sa più ascoltare davvero, allora anche il fruscio di un vinile sa farti commuovere.
In questo tempo in cui la musica viene “scaricata”, “masterizzata”, “presa” solo dal web, senza essere davvero vissuta a pieno, senza essere studiata e apprezzata, una serata così trova la sua vera essenza, trova la sua ragione per esistere e per esserci.
Sì, perché questo mercoledì vuole urlare al mondo che la musica non è una cartella di milioni di file sul proprio pc, non è un attimo di ascolto di soli tre minuti dal tubo o dal mulo.
Questo giorno feriale diventa un giorno festivo perché è la festa di chi crede che la musica c’è, è forte e resiste. Resiste in un mondo che, diciamolo, ci sta lasciando con un pugno di mosche in mano – e avrei potuto dire “sabbia” per citare i Nomadi – e resiste perché c’è qualcuno che crede nel potere in essa racchiuso, qualcuno che si emoziona se tocca un vinile, perché è come toccare una donna. Tenerla, stringerla, farla sua, senza paura, senza esitazione.
Ogni mercoledì capisco che i quotidiani continueranno ad essere stampati, che il mio paese continuerà ad essere marcio, che il mondo continuerà a girare nel verso sbagliato, che la globalizzazione finirà per annientare ancora tutto ciò che ci circonda. Ma in tutto questo, capisco anche che se c’è chi in un piccolo locale di una piccola città può condividere idee, ricordi, passioni ed emozioni forse questo mondo non è poi così malato, forse questa Italia non è poi così sbagliata.
E capisco che se tornassimo ad utilizzare i vinili ed eliminassimo tutti i file musicali dai nostri pc; se camminassimo a piedi, o in bici, almeno nei giorni di sole, lasciando a casa le auto; se pensassimo che rubare allo stato significa rubare a noi stessi, forse capiremmo che il mondo non deve per forza andare alla deriva. E se poi decidessimo di fare tutto questo con l’aiuto della musica, scopriremmo che la musica è la sola cosa che può farci stare bene, perché dove c’è la musica non può esserci nulla di cattivo.giovedì 8 marzo 2012
Lea
di SymonaP.
Aveva 35 anni Lea quando drammaticamente le veniva tolta la vita nel modo più atroce, più infame.
Aveva 35 anni quando lasciava una giovane figlia Denise in un mondo malato e marcio. Il mondo cui si era ribellata con forza e audacia ma che aveva finito per ucciderla inesorabilmente.
Aveva 35 anni Lea quando drammaticamente le veniva tolta la vita nel modo più atroce, più infame.
Aveva 35 anni quando lasciava una giovane figlia Denise in un mondo malato e marcio. Il mondo cui si era ribellata con forza e audacia ma che aveva finito per ucciderla inesorabilmente.
Lea Garofalo: un nome che risuona, o che almeno dovrebbe risuonare prepotentemente nella memoria di tutti quegli italiani che si indignano quando l’immagine del bel paese viene associata alle cosche mafiose, alla ‘ndrangheta, alla camorra. Tanti nomi per indicare lo stesso, identico status di malaffare e malavita, che opprime l’Italia, da Nord a Sud, da Est a Ovest senza distinguere regioni, città, provincie.
Lea Garofalo era la figlia di un boss della ndrangheta.
Non possiamo scegliere la famiglia in cui nascere, ma forse mille volte, Lea, avrà maledetto quel legame familiare. E altre mille avrà maledetto se stessa per essersi innamorata dell’ultimo uomo di cui avrebbe dovuto innamorarsi: Carlo Cosco. Avrà gioito per la nascita della figlia Denise, e allo stesso tempo si sarà odiata perché consapevole di non poter offrirle un futuro migliore del suo.
Eppure Lea lo voleva. Lea voleva che la figlia vivesse lontana dalla ‘ndrangheta, dai loschi affari del padre, della “famiglia”, quella stessa cui lei sapeva di non aver mai appartenuto veramente.
Lea voleva che la figlia crescesse in un mondo pulito, sano e allora fece quello che solo una madre consapevole dell’amore verso i propri figli può fare: ribellarsi. Lea divenne una collaboratrice di giustizia, segnando inevitabilmente il proprio destino.
Nel 1995 Lea aveva cominciato a denunciare tutti i dubbi affari della sua famiglia, a partire dall’uccisione di Antonio Comberiati.
E l’anno seguente era stata una dei primi testimoni contro il fratello Floriano, boss dell’omonima cosca, trasferitosi a Milano dalla Calabria per seguire gli affari della famiglia al Nord.
Floriano Garofalo viene arrestato nel 1996, nel capoluogo lombardo dopo un blitz dei Carabinieri nella sua casa in via Montello. Scarcerato nel 2005 in seguito ad un processo che lo aveva assolto da ogni accusa, viene ucciso, nel giugno dello stesso anno, in un agguato messo in opera, presumibilmente, dalla famiglia Cosco. Le due famiglie, infatti – stando a quanto asserito da Lea Garofalo in uno dei suoi tanti interrogatori – erano in lotta per la gestione del traffico di stupefacenti nella zona calabrese, e in particolare di Petilia Policastro, da sempre in mano alla famiglia Garofalo.
Tali dichiarazioni, il suo supporto e le sue testimonianze nelle aule di tribunale, saranno fondamentali e decisive per farle ottenere nel 2002 il diritto al programma di protezione, cui sarà sottoposta insieme alla figlia Denise. Il programma prevede il trasferimento a Campobasso e da lì, l’inizio di una nuova vita per entrambe.
Ma è una vita breve, quella di Lea. Breve e amara, perché lo Stato latita molto più di quanto faccia qualsiasi ‘ndranghetista, mafioso o camorrista. Lea subisce la prima beffa nel 2006 quando, nonostante l’aiuto fornito alla giustizia, in cui lei credeva fermamente, le viene revocato il diritto a partecipare al programma di protezione con la motivazione di aver apportato scarso aiuto alle indagini degli inquirenti.
Si rivolge al TAR, ma è solo il Consiglio di Stato, nel 2007, che ripristina il suo status di collaboratrice di giustizia sotto protezione, a cui Lea rinuncerà volontariamente nel 2009.
Quel 2009 è un anno importante, sarà l’ultimo anno di vita della donna. Dopo un primo tentativo di rapimento – 5 maggio – che Lea denuncia ai Carabinieri, convinta che dietro l’accadimento vi sia la mano dell’ex marito, la donna scompare definitivamente nel mese di novembre.
Carlo Cosco aveva attirato la moglie con la scusa più banale eppure l’unica che avrebbe convinto la donna ad incontrare il marito: discutere del futuro di Denise.
Madre e figlia si erano pertanto decise a vedere l’uomo, che, in seguito avrebbe chiesto alla figlia di accompagnarlo a salutare gli zii, rimanendo d’accordo con l’ex moglie che si sarebbero poi ritrovati in stazione per prendere il treno e lasciarle tornare a casa.
Alla stazione però Lea non ci arriverà mai.
Alla stazione, invece, arrivano Denise e suo padre, che resterà con la figlia per tutto il tempo necessario, fino a chiamare per primo i carabinieri e denunciare la scomparsa della donna.
Lea svanisce nel nulla, e a noi rimane la cronaca del suo omicidio. Rapita, trasportata in un furgone, torturata a lungo, poi uccisa con un colpo di pistola e infine sciolta nell’acido, nei pressi di Monza.
Durante questi anni, il processo per l’omicidio di Lea ha vissuto fasi alterne, e anche “bizzarre” oltre che poco rispettose della memoria della donna. Come la sentenza del 31 ottobre 2011, quando all’ex marito della donna, presunto mandante dell’omicidio, veniva addirittura concesso il diritto al gratuito patrocinio. In altre parole era lo Stato, e quindi i cittadini a prendersi l’onere di pagare la parcella del famoso penalista milanese, Daniele Sussman Steinberg, avendo, l’imputato, dichiarato nel 2010 circa 10mila euro di reddito.
Una beffa che si prendeva gioco di Lea e dello stesso Stato italiano.
E oggi come stanno le cose? Oggi si riparte da zero!
Che sia un bene o un male, francamente non saprei dirlo. So per certo che la giustizia dovrebbe fare il suo corso nel migliore dei modi possibili e celermente, ma so anche che a volte le coincidenze sono imprevedibili…
In questo caso per esempio è accaduto – nei primi giorni dello scorso dicembre – che Filippo Grisolia, presidente della Corte di Assise di Milano sia stato nominato capo di gabinetto del ministro di giustizia Severino. L’incompatibilità dei ruoli ricoperti si è tradotta nella nomina di un nuovo giudice per il processo Garofalo: Anna Introini, che ha la facoltà di far effettivamente ripartire il processo da capo.
Il processo è in corso ma Lea Garofalo muore ancora una volta, perché alla richiesta dell’avvocato della madre e della sorella di Lea, di considerarla una vittima di ‘ndrangheta, i giudici milanesi rispondono negativamente, non considerando il fatto delittuoso, un omicidio a carattere mafioso. Stando a quanto asserito dai giudici, infatti, l’omicidio può contare solo sull’aggravante della premeditazione e non anche sull’aggravante delle modalità di procedimento a stampo mafioso utilizzate per uccidere la donna.
La giustizia farà il suo corso come è giusto che sia, ma si spera che non sia un percorso ad ostacoli.
In fondo questa donna ha urlato la sua libertà, lo ha fatto per se stessa e per sua figlia. Lo ha fatto con coraggio, fermezza, forza e caparbietà. Lo ha fatto non perché doveva ma perché voleva.
Ha urlato il suo “no alla ‘ndrangheta” pur conoscendone i rischi perché sapeva che per rendere questo mondo migliore era necessario che lei facesse la sua parte. E l’ha fatta.
Lea, la sua parte l’ha fatta davvero.
Quando sarà la giustizia a fare la sua? Quando sarà lo Stato a fare la sua parte?
Lea resta nella memoria, anche oggi, 8 marzo, qualunque cosa significhi l’8 marzo, e ci resta ancora di più negli altri 364, perché almeno la memoria la sua parte la fa. La fa sempre!
domenica 19 febbraio 2012
Ma chi controlla il controllore?
di Lettera 22
Negli ultimi mesi non passa settimana in cui una delle tre agenzie di rating, considerate le più importanti al mondo, non scocchi qualche freccia in direzione dell’Europa, e nello specifico dell’area euro. Che siano nazioni, enti sovranazionali o singole istituzioni finanziarie nessuno è immune dal giudizio di Standard&Poor’s, Fitch e Moody’s, i cui downgrade sono stati tanto numerosi e ravvicinati tra loro da destare una naturale perplessità.
Venerdì 13 gennaio, a mercati chiusi, Standard e Poor’s ha rivisto al ribasso il proprio giudizio sui rating di alcuni stati europei, tra cui la Francia, e l’Italia. Il rating francese passava così da AAA (il giudizio di massima solvibilità) ad AA+. Il merito creditizio italiano passava, invece da A a BBB+, collocando il nostro paese, dunque, nella fascia “medio bassa” della scala di giudizio dell’agenzia americana, allo stesso livello di Perù e Colombia.
Nei giorni successivi anche il rating de l’EFSF (European Financial Stability Facility o Fondo salva-stati) è stato rivisto, passando da AAA ad AA+. Alcune settimane dopo, invece, è stato il turno delle principali banche europee, molte delle quali italiane.
Ma quali sono le motivazioni che stanno alla base di queste decisioni, prese con questi tempi?
E' difficile capirlo. La Francia, che fino ad allora era forte della propria AAA, assieme alla Germania (anch’essa AAA) ha sempre rappresentato (forse in maniera non del tutto corretta) il vero asse politico-economico dell’area euro. Il downgrade della Francia è spiegato in virtù della forte esposizione delle banche Francesi ai titoli di stato greci, il cui rimborso è tuttora in fase di discussione tra i paesi dell’area euro, e dal fatto che tra i paesi a tripla A, è quella con il rapporto debito pubblico/ PIL più alto. In realtà queste sono motivazioni un po’ “forzate” che non sono parse sufficienti a spiegare tale decisione che, invece, ha lasciato in eredità uno spostamento di equilibri politici a favore della Germania, rimasta unica grande potenza europea con la tripla A e i cui titoli di stato non hanno minimamente risentito della crisi del debito pubblico delll' area euro, anzi si sono imposti come unico bene rifugio in momenti di forti tensioni.
Per l’Italia cercare di capire è ancora più difficile. Dopo che il 9 novembre si era raggiunto l’apice della crisi del debito pubblico (con rendimenti dei titoli di stato che giravano intorno al 7% e con la curva dei rendimenti invertita – segnale molto pericoloso nelle finanze pubbliche) l’intervento di Mario Monti è stato assolutamente apprezzato dai mercati, con lo spread e la curva dei rendimenti che si apprestava a tornare su livelli accettabili. Dopo giorni di lavoro intensi, dopo i primi decreti legge votati dal Parlamento, nei mercati si è cominciato a vedere i primi veri segnali che nel nostro paese qualcosa era cambiato; in quegli stessi mercati che hanno fatto fare un passo indietro al governo precedente. Proprio quando s’intravedeva uno spiraglio di luce, le agenzie di rating hanno espresso il loro giudizio con un tempismo alquanto discutibile.
Anche il giudizio sull’EFSF, l'ente sovranazionale che dovrebbe eventualmente aiutare stati in difficoltà, lascia più d’una perplessità, così come quello sulle banche che nelle ultime settimane stanno vedendo migliorare tutti i loro indicatori di stabilità.
Ma qual è il valore che hanno questi giudizi? In passato era molto forte, oserei dire quasi insindacabile. La qualità di un titolo, o meglio, di una società (o di una nazione) era rappresentato dal suo rating. In seguito alla crisi del 2008 il peso specifico delle agenzie di rating nel mondo economico è sensibilmente cambiato. Ad esempio, dopo il downgrade i rendimenti dei titoli di stato italiani si sono mossi, ma non sono mai più tornati ai livelli dei mesi precedenti. La risposta dei mercati è stata forte: gli investitori che detenevano titoli di stato italiani, all’indomani del nuovo giudizio di Standard & Poor’s non si sono affrettati a disfarsene preoccupati dalla capacità dello stato italiano di rimborsare i propri debiti. Dei movimenti un po’ più ampi ci sono stati, invece, per i titoli francesi, che fino ad allora non avevano conosciuto tensioni particolari.
Una risposta, tutto sommato, non eccessiva, da parte dei mercati a questi downgrade è spiegata dalla storia delle agenzie di rating stesse:
- luglio 2008, il rating di Lehman Brothers era A; il 15 settembre Lehman Brothers dichiara il fallimento
- novembre 2001, S&P conferma la BBB per Enron, il 3 dicembre 2001 Enron dichiara il fallimento
- Parmalat fino ad una settimana prima della bancarotta (24 dicembre 2003) era BBB
- febbraio 2008, S&P conferma la tripla A a Fannie Mac; settembre 2008 il governo degli Stati Uniti compie la più grande opera di finanziamento della storia degli U.S.A. salvando Fannie Mac e Freddie Mac.
- luglio 2008, il rating di Lehman Brothers era A; il 15 settembre Lehman Brothers dichiara il fallimento
- novembre 2001, S&P conferma la BBB per Enron, il 3 dicembre 2001 Enron dichiara il fallimento
- Parmalat fino ad una settimana prima della bancarotta (24 dicembre 2003) era BBB
- febbraio 2008, S&P conferma la tripla A a Fannie Mac; settembre 2008 il governo degli Stati Uniti compie la più grande opera di finanziamento della storia degli U.S.A. salvando Fannie Mac e Freddie Mac.
È proprio in seguito al 2008 che le agenzie di rating sembrano aver cambiato il loro modo di operare. In seguito alle dure critiche ricevute in virtù di giudizi rivelatisi palesemente errati, le agenzie di rating sembrano esser diventate improvvisamente severe, forse un po’ troppo, a volte – sembra – quasi a voler “mettere le mani avanti” e crearsi in un certo senso un alibi, per evitare, di nuovo, accuse da tutto il mondo economico di non essere in grado di giudicare efficacemente il merito creditizio di società/stati, insomma, di non saper fare il proprio lavoro.
Ma se è vero che i mercati in questo caso si sono dimostrati razionali ed hanno dato il giusto peso a questi downgrade, resta il fatto che le agenzie di rating sono universalmente riconosciute come degli attori importanti nell’universo economico. Basti pensare il fatto che in quasi tutti i contratti relativi al mondo degli investimenti vengono indicati valori minimi di rating, identificando nel rating stesso un giudizio di qualità. Il lavoro di chi assegna i rating, dunque, non può assoggettarsi alle logiche del “intanto io metto le mani avanti…. Nessuno potrà mai dirmi che "non avevo percepito il rischio di quella società”, perché in virtù di quel giudizio si creano conseguenze su tutto il mondo economico. In fondo, il lavoro delle agenzie di rating non si riduce a dare un voto, essendo più o meno cattivo, Dovrebbe, invece, essere il lavoro di chi cerca di capire, studiare, analizzare il merito creditizio di un qualsiasi debitore e sintetizzarlo in un giudizio.
Un giudizio che ha un certo peso, capace di generare panico o fiducia, di muovere il sentimento dei mercati e di avere conseguenze anche pericolose.
Quindi delle due l’una: o le agenzie di rating approcciano il loro lavoro con un’impostazione mentale diversa, dedita maggiormente ad una corretta analisi dei fondamentali ed a giudizi trasparenti e coerenti, o va rivisto in toto la loro natura e la loro ragion d’essere all’interno del sistema economico-finanziario.
Un giudizio che ha un certo peso, capace di generare panico o fiducia, di muovere il sentimento dei mercati e di avere conseguenze anche pericolose.
Quindi delle due l’una: o le agenzie di rating approcciano il loro lavoro con un’impostazione mentale diversa, dedita maggiormente ad una corretta analisi dei fondamentali ed a giudizi trasparenti e coerenti, o va rivisto in toto la loro natura e la loro ragion d’essere all’interno del sistema economico-finanziario.
I mercati, in parte, hanno già risposto.
mercoledì 15 febbraio 2012
Gianni, Gianni, Gianni sosteneva tesi e illusioni
di Un Luigi qualunque
Nelle ultime settimane la Città eterna e il suo sindaco sono stati il principale argomento di discussione, per diverse questioni.
Cominciamo dalla fine.
Ieri il Presidente del Consiglio ha annunciato il no del Governo alla candidatura di Roma per i giochi Olimpici del 2020. La decisione appare saggia in un momento in cui sono stati chiesti sacrifici enormi al Paese, per fronteggiare la grave crisi economica che sta coinvolgendo tutta l’Europa. Appare, a mio avviso, sorprendente la reazione del sindaco di Roma, che avrebbe potuto preventivamente fare le medesime valutazioni del Governo.
Sarebbe stata una contraddizione chiedere sacrifici di svariati miliardi di euro, per poi impegnarsi in spese di grande entità per la realizzazione e/o ammodernamento degli impianti sportivi e delle infrastrutture necessarie allo svolgimento dei giochi, che sono sicuramente d’interesse,ma certamente non voci di spesa prioritarie in questo momento, ancora di più per un Paese con un forte debito come il nostro.
Guardando alle ultime tre edizioni, di olimpico c’è sicuramente il costo, per non parlare dell’eredità preoccupante: strutture progettate per ospitare migliaia di persone che risultano inutili e talvolta inutilizzate per le attività sportive routinarie, a fine giochi; i costi di gestione degli impianti sono un peso troppo grande per gli enti che devono farsene carico successivamente.
Per non parlare dei costi di realizzazione in se, già esorbitanti, che finiscono, di solito, per triplicare a fine lavori.
Per i giochi di Atene 2004 furono stimati 4 miliardi e mezzo di euro: costo finale circa 9 miliardi, con un impatto fortissimo sul Bilancio dello Stato, che ha dato il la alla fase discendente del Paese, culminata in questi giorni. Gli enti pubblici cinesi si sono indebitati con le banche per coprire i costi per Pechino 2008, per circa 40 miliardi di euro, con mutui decennali. Per i giochi olimpici di Londra 2012 sono stati preventivati poco più di 2 miliardi di euro, ma da recenti stima questa somma risulta triplicata.
Insomma, fondi enormi, non meglio precisati, che aumentano anno dopo anno; costruzione di opere pubbliche che spesso restano incomplete o inutilizzabili alla fine dei giochi. Basti pensare alle opere incompiute che ci sono da Italia 90' e in epoca più recente, le strutture costruite per Torino 2006, parte delle quali risultano abbandonate o mal gestite.
Nel contesto attuale del Paese, e nella situazione generale dell’Europa, un’eventuale assegnazione dei giochi a Roma pareva essere fuori luogo, nonché la solita occasione per i soliti noti re del cemento, per ulteriori arricchimenti, a danno delle finanze pubbliche e della salute dei cittadini, che già normalmente devono subire colate di cemento in una città già di per sé ipertrofica.
Appare, quindi, sorprendente la reazione del sindaco di Roma, che avrebbe potuto preventivamente fare le medesime valutazioni del Governo. Invece no, la candidatura è stata sostenuta nonostante le condizioni generali non lo consentissero, sull’onda dell’illusione di creare dei posti di lavoro fantasma, senza tener conto dell’enorme debito che si sarebbe creato, a carico di figli e nipoti.
Il sindaco Alemanno è stato nell’occhio del ciclone anche per la gestione discutibile dell’emergenza causata dalle due nevicate romane dei giorni scorsi. Una città completamente impreparata, nonostante le recenti tecnologie consentano di conoscere con anticipo, orientativamente, le previsioni meteo. Chiunque possegga uno smartphone ha potuto sapere alcuni giorni prima, tramite le comuni applicazioni dedicate, che ci sarebbe stata una nevicata sulla città; probabilmente il Sindaco non ne possiede uno.
Così in piena emergenza abbiamo assistito allo spettacolo penoso di un primo cittadino, che facendo il giro di tutte le principali emittenti televisive, ha passato gran parte del tempo a urlare a destra e sinistra il mal funzionamento della Protezione Civile, del suo servizio meteo e del suo Capo, rilevando i disservizi di un’istituzione a suo dire diventata ufficio passa carte a seguito della Legge 10 del 2011.
Non entro nel merito dell’assetto e del funzionamento del Dipartimento della Protezione Civile, ne’ nel merito del provvedimento citato; faccio notare solamente che quella legge è stata approvata con i voti della maggioranza di centro destra, della quale faceva (e fa) parte Alemanno.
Resteranno dei giorni della nevicata, gli scorci di Roma imbiancata e le fotografie di Alemanno, immortalato accanto a del sale (da cucina!); o ancora, durante le operazioni di pulizia di un marciapiede, nel corso delle quali il sindaco spalava la neve dal marciapiede alla strada!
Ancora risuonano dichiarazioni stupefacenti, del tipo gli alberi romani non essendo abituati alla neve, cadono più facilmente, come se la caduta degli alberi fosse un problema di abitudine, piuttosto che di corretta potatura e cura.
Tutto questo teatrino si è svolto mentre una città di quasi 3 milioni di abitanti era in balia di se stessa, senza alcun mezzo pubblico in servizio, con strade e marciapiedi impraticabili, soprattutto in periferia. Si, proprio quelle periferie che erano state al centro della campagna elettorale di Gianni Alemanno, che sul tema del recupero di quelle aree della città si era molto speso, così come sul tema della sicurezza su tutta l’area comunale: si ricorda l’enfasi nel polemizzare con l’allora amministrazione di centrosinistra, colpevole di essere attenta solo ai salotti, alla cura del centro città a discapito della periferia, con l’aggravante di un atteggiamento troppo morbido nei confronti delle comunità d’immigrati, considerate un serbatoio d’illegalità.
E da lì le accuse per l’insicurezza diffusa in tutta Roma, percepita anche per l’incremento degli omicidi, ricondotto indirettamente alla mala gestione della Giunta di centrosinistra; Il culmine si ebbe con l’omicidio di Giovanna Reggiani, che fece cominciare una spirale interminabile di polemiche, strumentalizzando un fatto tragico e doloroso per campagne politiche.
Lo stesso sindaco Alemanno oggi amministra una città insanguinata da 30 omicidi nei primi due mesi dell’anno, e si ritrova ad invocare la collaborazione di tutti per combattere lì fenomeno, riscontrando (giustamente, ma perché non prima?) che il controllo del territorio e le politiche di sicurezza cittadini sono solo in parte riconducibili all’amministrazione comunale. Oggi invoca la collaborazione di tutti, dimenticando quando, dall’opposizione, non risparmiava attacchi demagogici.
Ultimo aspetto, non meno importante, è ciò che sta accadendo con la costruzione dei nuovi tratti della metropolitana romana: attraverso lo strumento del project financing, si stanno reperendo fondi da privati per il completamento delle linee sotterranee.
In cambio dei fondi, i privati riceveranno in concessione, per alcuni decenni, la gestione del servizio di trasporto metropolitano (e dei conseguenti introiti) nonché metri cubi e terreni da edificare, in un’area urbana già densamente abitata. Il tutto in cambio di pochi km di metropolitana.
Non è un po’ troppo?
Ora mi si dirà che è facile scrivere critiche, stando seduti comodamente in poltrona, senza dover affrontare i problemi e le difficoltà dell’amministrare una città di 3 milioni.
Amministrare una città come Roma è cosa complessa, lo so bene; lo so così bene che non mi sognerei mai di candidarmi come Sindaco: critico la gestione attuale ma io non saprei fare di meglio. Lo so bene.Ne ho piena consapevolezza, e, infatti, non mi candido a fare li sindaco di Roma.
Chi invece decide di candidarsi alla gestione della cosa pubblica, si espone inevitabilmente al giudizio altrui; bisogna averne piena consapevolezza, proprio perché si amministra una cosa non (solo) propria. Da questo deve derivare la necessità di un’autovalutazione di chi si dedica alla vita politica, per avere consapevolezza della propria capacità o incapacità nell’amministrare, e fare derivare da ciò le giuste (necessarie) conseguenze.
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